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a Cosenza il centrosinistra si è rotto. Ma i cocci sono nostri?

Appunti

a Cosenza il centrosinistra si è rotto. Ma i cocci sono nostri?


Assemblea cittadina delle associazioni martedì 14 giugno
Cosenza così vicina così lontana - 1

Un signore con la barba, nato a Treviri ma vissuto da clandestino a Parigi e Londra per gran parte della sua vita, scrisse una volta: «L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla propria condizione è l’esigenza di abbandonare una condizione che ha bisogno di illusioni».
Noi migranti ne sappiamo qualcosa, di illusioni da abbandonare. Abbiamo spesso una visione distorta del luogo da cui siamo partiti. In genere, conserviamo un ricordo idilliaco della terra d’origine. A volte, nel bel mezzo della sospensione temporale e spaziale in cui si trova la nostra coscienza, confondiamo le cose. Così, può capitare che uno mescoli le coordinate e che senza volerlo viaggi oltre le dimensioni conosciute. Potrei raccontare centinaia di esempi. La panchina di Loreto di venti anni fa – ad esempio - qualche mese fa si è spostata nel centro storico di Perugia, dove ho ascoltato Astolfo e Gianmarco (altri due esuli) parlare della storia di «Cipparrone che pareva Schuster» e di altri giocatori del Cosenza degli anni ottanta. La chitarra di Toniupunk, poche settimane fa, ha incrociato a Roma l’abbraccio verace di Billy Bragg, il menestrello operaio britannico. «Billy, questo è il BillyBragg della mia città», ho detto presentandogli Toni. «E’ vero, abbiamo lo stesso naso!», ha risposto Billy senza esitare. Era uno di noi. Così, la vilienza di UmbertoSpider adesso occupa lo spazio di una libreria nel quartiere radicalchic del Pigneto. Oppure, l’esperienza al bancone di Wladimir (eufemismo) è servita a rimettere a nuovo un bar al Pratello. È come se Bologna - quel pezzo di Bologna che ha ospitato Radio Alice, i partigiani, i ladri e le puttane - si fosse spostata al Bar Mazzini.
Insomma, è un gran casino. All’improvviso – quando meno te lo aspetti - ti fermi, ti crolla la terra da sotto i piedi e se sei a Cosenza ti senti proiettato qualche centinaia di chilometri più in là, e viceversa. Questa condizione contiene delle scomodità, ma offre anche dei vantaggi. Ci muoviamo sulle stesse frequenze delle moltitudini in movimento. Così, può capitare che tra gli scaffali dell’alimentari bengalese sotto casa mia, a Tor Pignattara, si discuta delle elezioni presidenziali in India. E può anche succedere che i tanti compagni inebriati dalla sconfitta del berlusconismo nella sua capitale (im)morale ti chiedano conto di quello che succede a Cosenza.
Da questa confusione in cui vi ho fatto precipitare, mi viene in mente una frase in inglese: «We’ve got a bigger problem now». «Adesso abbiamo un problema più grande». È il verso di una canzone dei DeadKennedys che annuncia il tempo dell’elezione di Ronald Reagan, cioè l’inizio della grande restaurazione negli Stati uniti dopo il movimento contro la guerra e quello dei diritti civili. Anche Jello Biafra, il cantante di quella band, era un fuorisede. Veniva dal Colorado e si era stabilito a San Francisco, in California. Probabilmente in quando non autoctono, aveva lo sguardo giusto sulla situazione dello stato americano, perché nel 1979, scrisse «California Über Alles» una canzone che molti di voi conosceranno. Quella canzone è una beffa doppia. Spara sul potere e contemporaneamente si prende gioco del mito libertario, artistoide e un po’ fricchettone della California, si prende la briga di annunciare i tempi in cui regna una nuova forma di autoritarismo molto hippie. Chi non veste alla moda verrà ucciso da gas velenosi ma biologici, cioè conformi al politicamente corretto. Alla vostra porta busseranno poliziotti che indossano rassicuranti divise in tessuto scamosciato. A scuola i vostri figli verranno rieducati, ma attraverso la pratica esotica della meditazione. Molti pensarono a una provocazione. Non poteva accadere nello stato più libertario degli Stati uniti: cosa voleva questo bifolco del Colorado? E invece Jello Biafra aveva ragione. Nel 1982 dalla California prese il volo il presidente Ronald Reagan. Il pistolero del cinema hollywodiano si stabilì alla Casa Bianca e cominciò il neoliberismo. Jello Biafra riscrisse «California Über Alles» intitolandola, come dicevo prima, «Adesso abbiamo un problema più grande».
Bene, cari compagni e compagne, io penso che qui a Cosenza oggi, dopo gli anni della normalizzazione della vita politica e dopo il tentativo ordito dal lato oscuro di questa città di mandare in galera alcuni nostri fratelli e sorelle, adesso abbiamo un problema più grande. Ovviamente, se qualcuno pensa che siamo arrivati fino a questo punto, dopo molti anni e tante cose messe in piedi, per starcene buoni nei nostri ghetti ad aspettare che la presunta “normalità” venga ristabilita, si sbaglia di grosso. In mezzo a quelli che hanno consegnato questa città alle destre, ci sono gli stessi che ci hanno sempre visto come fumo negli occhi. Dovevamo lasciarli lavorare, dicevano. Inarcavano il sopracciglio e ci spiegavano che la politica era affare loro. Dicevano che eravamo pericolosi terroristi quando gli tiravamo in faccia le torte. Volevano avere campo libero. Mandavano personaggi improbabili ad origliare le nostre assemblee pubbliche. Si è visto dove ci hanno portato, questi cialtroni tenaci e spietati. Gli affari sporchi, i tatticismi e le manovre di palazzo, i veleni biologici contro chi cercava di costruire un’altra politica, sono serviti solo a consegnare la città, per la prima volta nella sua storia recente, alle destre.
Adesso invece dobbiamo dire chiaro che sono loro che devono lasciarci lavorare. Siamo noi, con le diverse storie e le culture che ci portiamo dietro, che abbiamo il compito di fare un passo in avanti, di camminare insieme oltre i nostri recinti per riempire il vuoto lasciato dai partiti del centrosinistra.
Non c’è molto tempo. In politica gli spazi vuoti non rimangono mai liberi, vengono occupati come fossero vasi comunicanti. Se non ci muoviamo subito, lo spazio dell’opposizione alla destra, che è tutt’ora maggioritario in questa città verrà riguadagnato da qualche traffichino di partito. O magari anche dalle nostre parti avranno fortuna i seguaci della setta di quel Capo-Comico con la barba che in questi anni ha succhiato come un parassita i temi faticosamente elaborati dai movimenti dal basso, e che sostiene che i calabresi sono corrotti perché «è il loro carattere» e che straparla di «invasione di extracomunitari» proprio come Bossi.
Potremmo affrontare questa situazione partendo dalla nostra rabbia e dalle nostre frustrazioni. Invece, la cara vecchia saggezza dei movimenti ci suggerisce che c’è un’altra strada da percorrere. Quando si rischia di essere chiusi all’angolo, bisogna alzare il tiro. Nel nostro caso, alzare il tiro significa giocare al rialzo. Cioè porsi direttamente non solo il problema di Occhiuto e di Cosenza ma di Scopelliti e della Calabria. In questo modo la nostra città, che ha qualche esperienza in più di mobilitazione e una tradizione più forte alle spalle, può mettersi al centro di un dibattito più ampio che deve diventare regionale per assediare davvero i palazzi del potere.
Sarebbe bello, ad esempio, che qualcuno venisse da Reggio Calabria a raccontare ai cosentini come funziona il modello Scopelliti, che sta per sbarcare anche in riva al Crati. Una prospettiva regionale delle nostre azioni, sarebbe anche un'ottima maniera per liberarsi delle illusioni sulla Cosenza «isola felice» e «città sovversiva», che ormai da qualche anno costituivano più un mantra auto-assolutorio che energia positiva. Era una cantilena, quella dell’«isola felice», tanto più pericolosa quanto più basata su dati oggettivi e reali che costituivano la nostra specificità locale. Ma bisogna anche dire che quella «narrazione», per usare un termine di moda, non corrispondeva alla vita di tutti i giorni. La nostra Cosenza oggi, come la California dei Dead Kennedys alla fine degli anni settanta, rimastica storie di un’era che non esiste. Sono storie rassicuranti ma poco produttive. Bisogna dire chiaramente che oggi abbiamo un problema più grande. Quel problema, per molti aspetti, è lo stesso problema che hanno i reggini, i catanzaresi e i calabresi tutti. Quel problema si chiama Scopelliti, è legato al malgoverno e al malaffare del presidente della regione, ex fascista che un tempo – da segretario del Fronte della gioventù – se la dava a gambe quando provava a parlare all’Università della Calabria. Scopelliti adesso, come la maggior parte dei suoi camerati, è passato armi e bagagli nel partito di Berlusconi e Dell’Utri. Soltanto sollevando quel problema, facendolo vivere nelle nostre vertenze e nelle esperienze di auto-governo che hanno bisogno di essere messe in rete, avremmo gioco facile nello sbugiardare la destra, che ha usato un sedicente «centrista» come testa di ponte per espugnare Cosenza e che vorrebbe piegarla definitivamente al fascismo-zen della propaganda televisiva e delle clientele.
Lo scrittore belga Jean Améry, come Primo Levi si suicidò dopo essere stato in un campo di concentramento e aver partecipato alla Resistenza. Amery racconta un aneddoto accaduto nel 1943, quando condivideva un appartamento coi suoi compagni partigiani. L’abitazione era confinante con una casa abitualmente frequentata da soldati nazisti. Un giorno, il rumore dei ribelli disturba la pennichella pomeridiana di un soldato, dall’altra parte del pianerottolo. Allora quest’ultimo sale e, trafelato e ancora mezzo addormentato, invoca un po’ di quiete. Scrive Amery/Mayer: «La sua protesta – e per me questo fu il lato realmente spaventoso della vicenda – avvenne nel dialetto della mia regione. Da molto tempo non avevo più udito quella cadenza e questo suscitò in me il folle desiderio di rispondergli nel suo stesso dialetto. Mi trovavo in una disposizione paradossale, quasi perversa, fatta di enorme paura e al contempo di improvvisa, familiare cordialità, perché quel tizio […] mi apparve d’un tratto come un familiare compagno. Non sarebbe stato sufficiente apostrofarlo nella sua, nella mia lingua, per poi celebrare tra compatrioti con una bottiglia di buon vino una festa di riconciliazione?». La morale della favola dovremmo ormai averla imparata sulla nostra pelle: anche tra chi parla il nostro stesso dialetto si nasconde un boia.

Giuliano Santoro

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Cosenza così vicina così lontana - 2

Lunedì del ballottaggio. Occhiuto in vantaggio, Paolini indietro di qualche punto. Svaccato sul divano, osservo la maratona elettorale in TV. Per l’ennesima volta, non sono andato a votare. Rimango uno dei pochi, ma proprio non riesco a digerire questa storia del “male minore” e del centrosinistra “con cui in fondo i movimenti possono sempre parlare. Invece la destra è sorda a qualsiasi argomento. Le basta usare il manganello”.
A dire il vero, il dubbio mi ha assalito. Quasi quasi la metto ‘sta X sulla scheda. Me ne infischio dei miei valori; per una volta, dimentico che alla democrazia rappresentativa preferisco la partecipazione, e che bisogna praticare dal basso le soluzioni dei problemi collettivi, piuttosto che affidarle a qualcuno che finge di saper esprimere i tuoi sogni ma se li gioca sul tavolo del potere.
Eh sì, stavolta vado a votare, mi sono detto.
Alla fine, invece, ho preferito rimanere a casa. Perché ho fatto una considerazione pratica: sono stati Perugini e la sua Giunta a ordinare la prossima distruzione del parco sociale di viale Mancini/Popilia; l’amministrazione targata PD è rimasta quantomeno indifferente, se non complice della questura, di fronte allo sgombero del campo rom; inoltre sempre la stessa fazione politica ha privatizzato la Città dei Ragazzi. E poi ha preferito sguazzare nell’emergenza rifiuti, ignorare chi chiedeva il dialogo… Insomma, peggio di così non potrà andare. La destra, ammesso che sia tale, dovrà solo portare a compimento la “normalizzazione” voluta da questo centrosinistra. Perché mai Paolini dovrebbe essere diverso? Negli ultimi anni, in giro s’è visto poco. Sì, è vero, insieme a lui ci sono tanti compagni, gente disinteressata, che vorrebbe dare un contributo affinché Cosenza si rialzi. Però, intorno, nuotano pure i pescecani di sempre, quelli che se ne strafottono sia del bene comune sia dei valori della sinistra, e che ogni cinque anni escono di casa per mettere in scena una pantomima politica pur di soddisfare le loro clientele.
E poi perché dovrei votare Paolini che ha scelto di iniziare il suo cammino preelettorale bussando prima di tutto alle porte della Carime e della Curia? Non sapeva che in questa città esiste una vivacità sociale e culturale ben più importante dei poteri forti? A che gli è servito invocare il consenso e la partecipazione di tante associazioni solo a poche settimane dal voto?
Già, la partecipazione! Ho sempre considerato le primarie un’americanata. Eppure, in questa circostanza le ho addirittura rimpiante. È possibile che solo a Cosenza l’elettorato di sinistra non possa scegliere liberamente per chi votare? Ed è ancora tollerabile che a decidere siano i colonnelli sopravvissuti al tracollo dell’ex PCI e della DC, confluiti nel PD per infestarlo? Possibile che in Calabria siamo destinati in eterno a subire le scelte di personaggi detentori di un potere acquisito solo elargendo posti di lavoro straprecario?
“Se vuoi cambiare le cose, entra in un partito. E dai il tuo contributo a gettare fuori questa gentaglia”, mi è stato detto! “Fossi matto, preferisco fare politica a sinistra sì, ma in basso!”, ho replicato.
Avevo avuto un solo istante di ripensamento, dando un’occhiata ai risultati del primo turno: povera Cosenza mia, nelle mani di chi sei finita! Sono assai poco rassicuranti le facce dei rampolli delle famiglie schierate col centrodestra, liberamente (?) eletti. Di sicuro faranno danni. All’arroganza dei genitori, uniranno l’inesperienza. Beh, nonostante siano brutti e cattivi, però bisogna dare atto: se non altro, pur in chiave feudale, attraverso la successione dinastica, il centrodestra un nuovo ceto politico almeno se l’è dato. A sinistra, invece, sempre le stesse facce da moribondi! Comunque, l’età non basta a renderli meno sgradevoli. Giovani o vecchi, gli eredi al trono fanno schifo lo stesso. Quasi quasi allora vado a votare…
niente da fare! Non ci sono riuscito. E dire che qualcuno mi ha pure ammonito: “cinque anni di Cosenza in mano agli Scopellitis faranno guarire dall’astensionismo anche teste dure come la tua”.
Poco importa! Chi s’è ribellato sempre, sempre si ribellerà, a prescindere da chi incarna il malgoverno. Voglio vedere cosa faranno invece gli altri, quelli abituati a subire o ad andare avanti sotto l’ombra di un partito o di un protettore.
Insomma, considerazioni molto pratiche, tanto ciniche, di cui non mi sono pentito neanche quando ho visto che sotto il balcone di casa mia, a tre metri da quello del neoletto sindaco, si radunava una piccola folla di suoi “sostenitori” per festeggiarne la vittoria. Sono sincero, non sono riuscito a odiarli. Non ho provato grande rancore neanche nei confronti di quei quattro ragazzotti transitati da AN nel PDL. Alcuni avevano la gioia negli occhi: finalmente potevano sventolare pure a Cosenza, impunemente, bandiere tricolori poco patriottiche e assai nostalgiche del tempo peggiore. Invece verso altri sostenitori, quelli che ho riconosciuto come provenienti dai quartieri, ho provato un sentimento di pietà. Chissà quali promesse hanno avuto, per inneggiare a Occhiuto! Chissà quanto durerà la loro pazienza, qualora le promesse non saranno mantenute. Speriamo poco.
Il problema è che ha ragione Canaletta: noi siamo diventati una città sportivamente infame. E, aggiungo, rischiamo di diventarlo anche culturalmente. Non si spiegherebbe altrimenti un fatto: così come la sera stessa della retrocessione e del fallimento, gli stessi responsabili della morte del Cosenza Calcio sono apparsi in Tv e alla radio osannati da improbabili cronisti, anche 24 ore dopo la sconfitta del centrosinistra, coloro che dall’interno hanno tramato nell’ombra per regalare la città a Scopelliti, sono andati circolando indisturbati nelle assemblee, rilasciando interviste, analizzando, addirittura pontificando.
Adesso governeranno loro. Sia la paccottiglia di Occhiuto sia chi l’ha sostenuta da dietro le quinte. Le storiche famiglie del malaffare cittadino hanno deciso di gestire il potere in presa diretta. Forse sfiorate e infastidite dagli effetti della grande crisi, non possono più permettersi di farlo per interposta persona. E sono uscite allo scoperto. Sarà un disastro. E per evitarlo, c’è un’unica risposta possibile: il ritorno alla partecipazione di quanti preferiscono all’ideologia del potere e del denaro, i valori di giustizia, libertà, eguaglianza, democrazia e dignità umana.
Basta fare piccole cose, cooperare, mettere in rete quanto produciamo.
Basta distruggere il malgoverno, costruire giorno dopo giorno l’Altra città.
È davvero così difficile fare un po’ di strada insieme?

Claudio Dionesalvi


Cultura, politica e società a Cosenza. Appuntamenti