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U vrascìere

Per Coessenza

U vrascìere


31 gennaio - report Laboratorio BIANCO del 30 gennaio, presso Officine Babilonia.

Una sola luce illumina a giorno il centro della sala, penzolando dal soffitto. Sotto di essa, nel braciere, il carbone imbiancato dal fuoco riscalda e profuma una serata di gennaio che odora di neve. Tutt'intorno, in un cerchio vorticoso di colori e parole, un gruppo di persone agita fogli bianchi rincorrendo silenzi e suggestioni.
C'è sempre del bianco, nel fondo, oppure tutt'intorno, anche se noi siamo attratti soprattutto dai colori.
Il bianco, come il silenzio, va contemplato.
Non solo, per forza, riempito.
Agata

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Al centro un “vrasciere” per fornire calore nel gelo invernale, il freddo è pungente. Intorno il cerchio della Coessenza, timido e apparentemente inibito. C’è silenzio.
È surreale la situazione e comica allo stesso tempo.
Il microfono per la diretta streaming se da un lato produce una nota di disagio, dall’altro rende il laboratorio un gioco: bisbigli nel cerchio, gesti, sguardi.
È diversa la dinamica di un laboratorio di lettura e ascolto con il microfono.
Rompe il ghiaccio Manuela con un racconto sulla nostra Sila che, tanti anni fa, era un bosco molto, molto più grande di quanto lo è oggi.
Anna ci segue in streaming e invia un racconto che, da lontano, parla con nostalgia di bianchi ricordi di Calabria.
Poi Atonale di Mauro, racconto giunto via mail, dove l’inferno è l’essere abbandonati nel bianco assoluto che porta a chiedersi cosa succederà alla fine dei tempi, sempre che una fine dei tempi ci sia.
Italo, per la prima volta nel cerchio, ci regala alcuni stralci di “Patate e Pipazzi”, i ricordi della guerra tramandati di generazione in generazione.
Claudio legge un racconto inviato da Emilio, “Faceboom”, tra gli otto finalisti del premio Guasco, prestigioso concorso nazionale. Il cerchio ride, il racconto è davvero molto bello.
La coessenza è migrante per scelta e questa caratteristica la costringe a reinventarsi in base ai luoghi e alle modalità con cui il cerchio si unisce.
E anche i silenzi, peculiarità dei laboratori di lettura e ascolto, si adeguano al contesto.
L’energia è molto forte, appare come un raggio di luce bianca tra il grigiore cittadino. I volti nel cerchio si incrociano l’un l’altro, come a proteggersi da qualcosa.
È il “mostro” microfono da cui si tenta di proteggersi.
Il microfono simboleggia il centro dell’attenzione, ciò che inquieta poeti e sognatori e che è proprio ciò che si perde nell’interazione in cerchio, consuetudine della Coessenza sin dalla sua nascita.
Lo streaming funziona, Ernesto ci segue da lontano e invia alcuni pensieri. Forse vale la pena accettare il mostro intorno al cerchio, basta solo capire come gestirlo.
Poi è Manolo a prendere la parola. Racconta che il bianco, come prima cosa, gli ha fatto venire in mente “White light/white heat” di The Velvet Underground.
Presenta “Chroma” di Derek Jarman e legge un primo brano “Bugie bianche”.
Stefania porta dei versi che riconducono al bianco attraverso elementi naturali come la neve e le spume bianche del mare d’inverno: “Trasfigurazione”, “Salsedine”, “Correnti”, “Mutazioni”.
Dalla poesia si passa alla prosa con un racconto di Maria e poi il bianco natale sognato in un altro stralcio di Chroma dalla penetrante voce di Manolo.
Manuela legge altri versi di Stefania, ancora una volta legati alla natura, mare e bosco: “Disincanto” e “Ode alle quattro stagioni”.
Altro round con Chroma e la voce di Manolo, un ragionamento sulla chimica dei colori.
Poi il cerchio si zittisce, pare non ci siano più materiali da leggere. In altre circostanze il cerchio si sarebbe sciolto e il laboratorio considerato concluso, ma nel gioco dello streaming ci si intrattiene ancora.
È arrivato anche Mustafà nel cerchio. Prende il microfono, che forse per lui tanto mostro non è, e nel suo italiano strampalato ci fa un discorso sulla coesione, di quanto sia fondamentale condividere in modo armonioso gli spazi liberati che non sono di nessuno – dice - e che quindi sono di tutti.
Ecco il cerchio sempre diverso della coessenza.
Non ci sono regole, ma buone prassi e improvvisazioni.
Dove non si fa caso al tempo, perché si conosce l’inizio ma non la fine.
Dove il cerchio è sempre diverso perché sempre diverse sono le persone che lo formano.
Il cerchio si allarga e si restringe ogni volta. Forse sintomatico di un bisogno o forse semplicemente fisiologico.
È il turno di Franco, che non ci porta un racconto, ma un ricordo raccontato: lui e Raffaele De Luca (poeta cosentino scomparso a cui è stato intitolato il centro di documentazione a piazzetta Toscano dove la coessenza organizza molte delle sue attività), due giovani poeti in viaggio verso Milano alla ricerca dei Poeti, quelli veri, quelli famosi e la scoperta che essi sono come la nebbia dell’ultimo giorno a Milano.
Poi il cerchio si ferma. Ci si guarda, incerti, perché i materiali sono finiti ma la trasmissione no. È il mostro microfono che mette a disagio e, in modo sereno, se ne parla. Per renderlo problema e affrontarlo. Lo streaming è una risorsa, arricchente e importante sia per il cerchio, ma soprattutto per chi non può essere presente fisicamente. La coessenza si ripromette di trovare una soluzione alla convivenza col mostro.
Ultimo round di Jarman e la voce di Manolo, tra bianco potere e bianca speranza.
Infine Agata ci regala delle parole scritte nel corso di tutto il laboratorio e ci fa notare, in conclusione, che al centro del cerchio, nel “vrasciere” la brace è diventata bianca.
Appuntamento al mese di febbraio con un nuovo colore, ancora una volta in streaming su transizionedifase.org.

Stefania

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traduzione di Manolo:

La canna da zucchero e il tabacco sono tutto un contrasto. Si direbbe che una rivalità li anima e li separa fin dalla culla. L’una è pianta graminacea, l’altro è pianta solanacea. L’una cresce per talea, l’altro invece si semina; quella da grandi pezzi di fusto, con nodi che diventano radici, questo da minuscoli semi che germinano nella terra. L’una ha la sua ricchezza nel taglio mentre le foglie si buttano via, l’altro vale per il suo fogliame, non per lo stelo, che si disprezza.
La canna da zucchero vive nel campo lunghi anni, la pianta del tabacco solo pochi mesi. Quella cerca la luce, questo l’ombra; giorno e notte, sole e luna. Quella ama la pioggia caduta dal cielo, questo l’ardore che nasce dalla terra. Ai fusti della canna si spreme via il succo per trarne beneficio, alle foglie del tabacco lo si sottrae, seccandole, perché non le rovini. Lo zucchero giunge al suo destino umano attraverso l’acqua, che lo dissolve rendendolo uno sciroppo; il tabacco attraverso il fuoco che lo rende volatile, trasformandolo in fumo. L’uno è bianco, l’altro moro. Dolce e senza odore è lo zucchero, amaro e ricco d’aroma è il tabacco. Contrasto, sempre! Alimento e veleno, risveglio e assopimento, energia e sogno, piacere della carne e diletto dello spirito, sensualità e inventiva, appetito che si soddisfa e illusione che svanisce, calorìe di vita e fumate d’immaginazione, omologazione volgarotta e anonima fin dalla nascita, individualità aristocratica e pregio in tutto il mondo, medicina e magia, realtà e inganno, virtù e vizio. Lo zucchero è lei, il tabacco è lui… La canna fu opera degli dei, il tabacco lo fu dei demoni, lei è figlia di Apollo, lui il parto di Proserpina.
Mentre lo zucchero tenta uno soltanto dei sensi, il gusto, il tabacco non solo si assapora con voluttà: ma si annusa, si tocca, si osserva. Ad eccezione dell’udito, il tabacco stimola e provoca piacere a tutte le vie dei sensi.
Dello zucchero si assimila tutto, del tabacco gran parte si esala. Lo zucchero discende avidamente le vie del palato fino alle profondità delle viscere per dare vigore alla forza muscolare; il tabacco le risale maliziosamente fino ai meandri della scatola cranica alla ricerca del pensiero. Ex fumo dare lucem. Non in vano il tabacco si condannò come satanico, molto pericoloso e frutto del peccato.
Il tabacco è superfluo per l’essere umano e lo zucchero indispensabile per il suo organismo. Ciò nonostante l’inutile tabacco arriva a motivare un vizio che tormenta se non viene soddisfatto e l’indispensabile zucchero si rassegna con minor difficoltà ad eludere la sua presenza.
Il tabacco nasce, lo zucchero si fa. Il tabacco nasce puro, come puro si fabbrica e puro si fuma; per ottenere il saccarosio che è lo zucchero puro, bisogna attraversare un lungo ciclo di complicate operazioni fisico-chimiche, soltanto per eliminare le impurità del succo, i residui, la schiuma, gli scarti e la torbidezza.
Il tabacco è scuro, da negro a mulatto; lo zucchero è chiaro, da mulatto a bianco. Il tabacco non cambia colore, nasce moro e muore con il colore della sua specie.
Lo zucchero cambia colore, nasce scuro e si schiarisce; è una sciropposa mulatta che da negra si abbandona al gusto popolare e più tardi si ricopre e diviene sofisticata, da passare per bianca, fare il giro del mondo, arrivare a ogni bocca ed essere pagata meglio, ascendendo alle categorie dominanti della scala sociale.
CONTRAPUNTEO CUBANO DEL TABACO Y EL AZÚCAR – F.Ortiz – La Habana 1940

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podcast LABORATORIO BIANCO
www.archive.org/details/LaboratorioScritturaCoessenzabianco30.1.2012

qui invece potete ascoltare il podcast del precedente laboratorio, dedicato al colore rosso, tenutosi a Officine Babilonia nello scorso mese di dicembre 2011
http://www.archive.org/details/LaboratorioRossoCoessenza22.12.2011
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