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Le calabre terre dei fuochi, ma Saviano è lontano

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Le calabre terre dei fuochi, ma Saviano è lontano


19 gennaio - L'amara verità di Dionesalvi e Messinetti - di Domenico Bilotti - tratto da www.newsdicalabria.com - Probabilmente nessuno dei due termini gradirà la similitudine, ma tant’è. Il recentissimo volume di Claudio Dionesalvi e Silvio Messinetti, “Al di là della mala. Quando la ‘ndrangheta c’entra poco o niente” (Coessenza), racconta del malaffare in Calabria con la stessa grazia lucida con cui Massimo Bordin, già leader trotzkista e oggi giornalista di rango, parla del maxi-processo sulle presunte trattative tra Stato e mafia in efficacissimi riquadri su “il Foglio” -giornale che forse non avrebbe lo stesso seguito, da parte del sottoscritto, senza le pennellate di Bordin e le note sul carcere che spesso semina il “pacato antagonismo” di Adriano Sofri. Se Bordin smonta con sapienza il dogmatismo (tutto laico, ma tutto dogmatico, appunto) in nome del quale il “tutti colpevoli” corrisponde a “nessun colpevole”, Messinetti e Dionesalvi si cimentano con un luogo comune ancora più grosso e viscido: il fatto che la Calabria sia esclusivamente afflitta dal morbo ‘ndranghetista, essendo per il resto popolata da buoni amministratori, bravi e probi imprenditori e politici e sindacalisti integerrimi. La lotta alla retorica fabbricata dalle ideologie dominanti è lotta di classe? Ai posteri l’ardua sentenza, per il resto a noi non resta che goderci il buon giornalismo, laddove alberga, senza imporci di condividerlo o di sposarlo, ma continuando ad apprezzarlo per quello che è: ossia, “merce” rarissima.
I due autori procedono in modo abbastanza originale, ma che dà, in realtà, conto della bontà delle loro intuizioni e della profondità della loro inchiesta: non un indice per capitoli o per “nomi di colpevoli” (manco si fosse sulle pagine di un mattinale di questura), bensì scandendo la cronaca sulla base del tipo di bene o di fase “biologica”, volta per volta, aggredito dal malaffare.
Una azzeccata battuta dell’ultimo Michele Serra -e non è facilissimo trovare battute memorabili nelle ultime cose di Serra (spostatosi su un giornalismo un po’ più spinoso, un po’ più “distante”)- riguarderebbe il modo in cui vengono commentate alcune catastrofi naturali e altri cataclismi, in una non precisata trasmissione televisiva dell’Italia degli anni Zero. Un giornalista parimenti non identificato sbotta con un mantra stranamente stizzito: tutta colpa dei Casalesi. I “casalesi” della Calabria, capro espiatorio e panacea insieme, sarebbero costituiti dalla ‘ndrangheta. Messinetti e Dionesalvi evitano di crearsi il loro personale “casalese” su misura (nel caso di specie, le multinazionali), ma inevitabilmente vanno spesso a battere su questo nervo scoperto.
Dietro l’apparente esagerazione della scrittura -per qualcuno non proprio solo apparente-, c’è un dato di fatto che la migliore intellettualità dei nostri anni non riuscirà mai a smentire con la stessa precisione: nella geografia del potere economico dell’ultimo decennio, la Calabria è una terra di sperimentalismo affaristico e di delocalizzazione, basata sulla costante svalutazione delle condizioni ambientali, dei lavoratori, dei luoghi e delle energie alternative, che si muovono fuori dai compromessi tra cordate. Quanto la Serbia, quanto la Moldavia e chissà chi altri… Bene fanno i due autori a riparlare di A3, senza i toni propagandistici della prevalente pubblicistica “intelligente” sul punto, e però non omettendo fonti, fatti e personaggi di uno sfruttamento sistematico che segna un modo vincente di strumentalizzazione del profitto commerciale nei rapporti di appalto e sub-appalto (specie quando uno dei soggetti contrattuali sia di natura pubblicistica).
Non solo A3, comunque, ma una esposizione coraggiosa e non striminzita di altri episodi controversi, che riguardano l’intervento a gamba tesa della multi-nazionalizzazione contro i beni comuni dei calabresi.
Il “bene comune” come soggetto passivo dell’approfittamento è teoria particolarmente controversa e Dionesalvi e Messinetti sono sufficientemente svegli da saperlo: in un mondo che cerca bandierine per rimarcare gruppi contrapposti, l’elogio inconcludente e astratto del “bene comune” è pericoloso quanto il suo sfruttamento. Dalla scoperta dei “beni comuni” ad oggi diventa tutto “bene comune”, secondo chi sia a parlare: meritocrazia bene comune, competitività bene comune, schiavitù salariale bene comune e via di questo passo… a voler essere gentili, fesserie. Così i due autori bene fanno ad adoperare una nozione genuinamente naturale di “bene comune”, per affrontare il disastro del mare e l’inquinamento chimico, la filiera dei rifiuti, in permanente transito tra veleni e nascondigli, l’affossamento di migliaia e migliaia di esistenze schiaffate, in condizioni proibitive, a badare all’agricoltura locale, in condizioni da Medioevo fuori tempo massimo.
Ci sarebbe piaciuto che “Al di là della mala” avesse potuto ospitare altre pagine, su altri temi che non fanno salva la “mala” (ed è verosimile che non sia questa l’intenzione del volume), e che in qualche modo stanno in questo rapporto strisciante e mai dichiarato tra privilegio economico, repressione e speculazione finanziaria, il “do ut des” di un piccolo padronato locale servile a quello più grande che sogna di imitare.
Forse allargando il cerchio, le responsabilità ci apparirebbero diverse. Per intanto, si spera di aver fatto buon servizio alle sostanziali e documentate annotazioni del libro, senza abbandonarsi in elogi sperticati quanto settari. “Al di là della mala” non sembra essere stato scritto per concludersi nell’osanna di una piccola cerchia, erudita e illuminata, ma per raccontare in modo crudo e sinceramente meticoloso chi, palmo a palmo, ruba l’esistenza. Per essere discusso, portando a galla una tesi di cui gli autori ci paiono genuinamente convinti: i ladri peggiori, al sacco e alla benda, preferiscono, sin dalla culla, il doppiopetto, la carta di credito e… le campagne elettorali.

http://www.newsdicalabria.com/al-di-la-della-mala-lamara-verita-di-dionesalvi-e-messinetti-12496.htm

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