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I nostri libri li puoi trovare presso:
Libreria Ubik - Cosenza
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Libreria IRAM - Rende (Cs)
Libreria Internazionale - Roma
Libreria Rinascita - Roma
Per un luogo di documentazione interattivo
car@ amic@, compagn@, fratello o sorella che ami la città, la cultura, la lettura l’associazione Coessenza e radio Ciroma stanno realizzando a piazzetta Toscano, in Cosenza Vecchia, un centro di documentazione che si vorrebbe dedicare alla figura del compianto poeta cosentino Raffaele De Luca. Vorremmo allestire una videoteca/biblioteca a consultazione libera. Nel medesimo luogo organizzeremo incontri tematici con artisti del centro storico e del resto della Calabria. Possiamo già contare su un primo nucleo di libri gentilmente donati dal fratello di Raffaele De Luca. Ti chiediamo se sei disponibile a contribuire alla nascita di questo nuovo importante presidio culturale, donando uno o più libri. per contatti: tobbia@tin.it stefytropea@yahoo.it radio Ciroma 0984 28250
Lettera aperta al Sindaco Perugini. Le richieste delle associazioni per i rom di Cosenza
Gentile Sindaco, ancora una volta siamo costretti a denunciare come la comunità di rom rumeni accampata a Cosenza continui ad essere oggetto di politiche pubbliche schizofreniche, a volte assistenzialistiche a volte repressive, evidentemente incapaci di risolvere le tante emergenze che questa gente si trova ad affrontare. In particolare dobbiamo evidenziare come lo scorso 5 maggio, la Prefettura di Cosenza abbia emesso altri 14 decreti di allontanamento, in funzione di un impianto accusatorio che da mesi è sempre lo stesso. In sostanza, si tratta di un impianto rivolto a far ricadere sui rom la colpa delle precarie condizioni igieniche e abitative che caratterizzano l’accampamento costituitosi sul greto del fiume Crati, anche se la magistratura ordinaria, qualche mese fa, ha rigettato questo tipo di ragionamento. L’ha fatto lo scorso novembre, annullando tutti i 96 provvedimenti di allontanamento che, in quell’occasione, vennero emessi contro i rom dalla Procura di Cosenza. La lezione fu tale che, pochi mesi dopo, la Procura stessa dovette ritornare sulla questione, ma questa volta intimando il Comune e la Provincia ad adoperarsi tempestivamente affinché garantiscano il rispetto dei diritti fondamentali dei rom e provvedano alla loro sistemazione. Ad oggi tuttavia, nessuna risposta è stata fornita in merito. Eppure le proposte per la soluzione di problemi specifici non sono mancate, da parte della comunità rom e delle diverse associazioni che lavorano nel campo. Sono mesi, infatti, che è stato consegnato al Prefetto un plico contenente dati catastali e topografici relativi all’individuazione di ben 13 siti dove poter ubicare delle aree attrezzate per la sosta. Secondo il prefetto nessuna delle opzioni da noi suggerite è però praticabile dal momento che non appena si profila l’ipotesi di uno spostamento, le amministrazioni comunali vengono inondate dalle proteste dei cittadini. Noi siamo convinti, invece, che sia possibile superare queste difficoltà non appena avremo l’opportunità di chiarire pubblicamente che nessuno intende lavorare perché si riformi un nuovo “campo nomadi” nella città di Cosenza, o altrove. Si tratterebbe piuttosto di intervenire in più aree della provincia, e di collocare in ciascuna di queste circa 10 famiglie rom, da coinvolgere poi nell’autocostruzione di moduli residenziali a costo moderato. Come accade nel resto d’Europa, pensiamo cioè alla creazione di piccole aree residenziali, da finanziare con le risorse messe a disposizione dall’UE e alla cui assegnazione dovrebbe corrispondere un’assunzione formale di responsabilità da parte dei capifamiglia rom e da parte delle istituzioni. Nel frattempo, prima che si creino le condizioni per la realizzazione di questi villaggi attrezzati, il comune di Cosenza dovrebbe finalmente procedere all’istallazione di un campo di transito per la sosta temporanea, dove prevedere tempi massimi di permanenza. E’ bene precisare, poi, che l’ipotesi di questi villaggi attrezzati non esclude la possibilità che i rom vengano invece reinsediati nei nostri borghi semi-abbandonati, purché si tratti di piani fino in fondo condivisi, e non invece di azioni di deportazione organizzate dall’alto. Né l’idea dei villaggi attrezzati esclude l’accesso dei rom dall’edilizia abitativa pubblica. Ma in questi giorni di continui sfratti e occupazioni, è da ipocriti nascondere che l’emergenza casa, a Cosenza, evidenzia un problema comune a molti, che dovrebbe spingerci ad immaginare più innovative formule abitative, di cui, nel futuro, non solo i migranti potrebbero beneficiare. Per questo abbiamo finora sperato che le nostre sollecitazioni potessero trovare il giusto ascolto e aprire un percorso nuovo con le istituzioni della città, tanto da accettare di collaborare con i servizi sociali del Comune di Cosenza, nella realizzazione di una campagna di censimento e di vaccinazione della comunità rom. Questi nuovi decreti di allontanamento, caro Sindaco, sanciscono però la brusca interruzione di quel percorso di collaborazione avviato insieme alle associazioni e alla comunità rom, in quanto smascherano il subdolo tentativo di strumentalizzazione del lavoro delle stesse, teso unicamente a far sì che le istituzioni locali siano adempienti nei confronti dell’ordinanza della Procura, e come tali non passibili di reati penali. Pur consapevoli di tutto ciò siamo pronti a ribadire la nostra volontà di cooperare gratuitamente alla risoluzione dell’emergenza abitativa dei rom rumeni di Cosenza, ma ci vediamo ora costretti a vincolarla ad una concreta assunzione di responsabilità da parte Sua, Sindaco, in merito alle seguenti richieste: a) di sollecitare l’immediato ritiro, in autotutela, dei 14 decreti di allontanamento emessi dalla Prefettura; b) di convocare un’assemblea pubblica affinché sia possibile iniziare a ragionare serenamente, ma efficacemente, su come costruire forme di convivenza sociale per tutti più sostenibili e dignitose; c) di intervenire entro la fine del mese di giungo affinché gli abitanti di Vaglio Lise si vedano garantiti, perlomeno in questi mesi estivi, alcuni servizi minimi essenziali quali: l’allaccio alla rete idrica, bagni chimici e cassonetti per la spazzatura; d) di procedere alla costituzione di un tavolo ad hoc permanente, aperto alle associazioni e ai rom, per l’elaborazione di una soluzione abitativa di lungo periodo. Chiaramente non si tratta di far ricadere sul solo Comune di Cosenza la responsabilità di questo intervento. Pertanto, anche la Provincia deve fare la sua parte. Ma è il Comune di Cosenza che deve immediatamente avviare piccole opere di manutenzione presso il campo già esistente di Vaglio Lise, oltre che esprimere una volta per tutte, e pubblicamente, la propria posizione in merito alle nostre richieste. Ass. La Kasbah, La Scuola del Vento, Comunità rom Cosenza, Radio Ciroma, Edizioni Coessenza, Utopie Sorridenti, Baobab, Moci, Ass. Confluenze, Ass. Angelina, Sinistra ecologia e libertà (Cosenza), Benicomuni, Cibunicobas Calabria, CGIL Cosenza, Officine Babilonia, A.S.G.I (??); Circolo Culturale Popilia; La Casa dei Diritti Sociali, Popolo Creativo Onlus, Sinistra Critica Calabria, Rifondazione Comunista (federazione di Cosenza).
COSENZA, SPONDA SINISTRA DEL FIUME CRATI, PIANETA TERRA

LA SCUOLA DEL VENTO NEL VILLAGGIO ROM

Nel 2006 ci siamo riuniti per la prima volta in uno spazio autogestito. Abbiamo deciso di chiamarci Coessenza. Accomunati dalla passione per la scrittura, condividiamo conoscenza, lettura e reciproco ascolto. Ci unisce la voglia di camminare in basso. Diamo il nostro piccolo contributo nella lotta contro il diritto d’autore che in Calabria, come in molti altri luoghi, domina in maniera mafiosa il sistema dell’editoria. Per un anno abbiamo solo parlato, letto, ascoltato. Poi ci siamo decisi a pubblicare racconti, poesie, saggi. Non è andata male. Anzi, se avessimo voluto diventare una casa editrice, forse non ci sarebbe stato difficile farlo. Ma non era questo che volevamo fare. Allora, nel terzo anno di attività, ci siamo detti che bisognava provare ad andare ancora più in basso, cercando nuovi linguaggi, sperimentando forme innovative di espressione in mezzo alle persone che vivono nei quartieri periferici della città, dai quali molti di noi provengono, in cui alcuni di noi abitano. In questo sforzo di ricerca, quando Elisabetta ci ha fatto notare che sulla riva sinistra del fiume Crati, a Cosenza, sul pianeta Terra, la situazione è più difficile che mai, abbiamo deciso di incontrare i bambini “invisibili” del villaggio rom. Insieme a loro, collaborando anche con altre associazioni sensibili ai diritti dei migranti, abbiamo dato il via alla Scuola del Vento. Si chiama così perché una delle prime volte che siamo entrati nel villaggio, il vento si è divertito a lanciare in aria il nostro gazebo che ha cominciato a rotolare tra le baracche. Tutti insieme divertiti lo abbiamo inseguito. È bello vedere una scuola che vola. Inseguendo il gazebo, ci è capitato di guardare in alto. E così dal campo rom abbiamo intravisto i tetti della città. Non li avevamo mai notati, i tetti. Grazie a Tony e ad altr@ vecch@ e giovan@ compagn@, per alcune settimane abbiamo tenuto lezioni di Italiano, Matematica, Decupage e Artigianato. I bambini rom imparano subito, ti aspettano con ansia quando sanno che vuoi insegnar loro qualcosa e hai scelto di farlo nel loro mondo, quello dei gitani, all’aperto, lontano da aule anguste e chiuse, dove tante scuole italiane, purtroppo, ritengono ancora di poter “formare i cittadini”, limitandosi però ad allevare polli-bambini. Aule strapiene, insegnanti mummificati, progettifici, scarse attività di recupero, otto ore in classe, razzismo, quantificazione del sapere... per fortuna non tutte le scuole sono così, ma ce ne sono tante. In queste scuole non troveranno mai spazio né i rom né tanti altri ragazzi che non provengono dalle famiglie pubblicizzate negli spot televisivi di una nota marca di biscotti. Noi non vogliamo distruggere l’istituzione scolastica. Anzi, facciamo di tutto affinché i ragazzi di tutte le etnie e culture la frequentino. A Cosenza ci sono pure scuole che si sono poste l’obiettivo di concedere cittadinanza in aula ai rom. Ma in generale nell’ultimo decennio si è imposto il modello scuola-azienda, a volte degenerante in assurde mini-istituzioni totali che noi sogniamo di destituire, esautorare. Vogliamo dare il nostro piccolo contributo. Sappiamo che i bambini del villaggio rom rischiano di diventare, tra qualche anno, i soldatini della ‘ndrangheta del domani. Quelli che riscuoteranno tangenti, venderanno droghe, ruberanno macchine per chiedere il riscatto e, in caso di necessità, saranno “battezzati” per andare a compiere missioni di morte. Ciò è accaduto in questa terra negli ultimi vent’anni. Le comunità nomadi, da sempre, sono state spinte a privarsi delle loro radici culturali. Corpi, consensi e saperi comprati e svenduti. Al di fuori della carità e della compassione che a volte finiscono solo per allevare disperazione e sotterrare l’umana dignità, in pochi hanno fatto veramente qualcosa di costruttivo con gli zingari. Per noialtri, montare il nostro gazebo nel villaggio per due o tre volte a settimana, significa imparare, divertirci, praticare una didattica diversa, esercitare un’Altra cittadinanza, ribellarci all’ondata di paura e moral panic. Mentre i malgoverni delle città studiano le prossime mosse per divorare i fondi europei disponibili in materia di contrasto alla discriminazione dei rom e sinti, la mancata soluzione della questione gitana spinge intere popolazioni, che con essi vivono a contatto, a identificare il male con gli zingari, trascurando il problema di quanta aggressività e disperazione si annidino nelle nostre famiglie, nei nostri condomini, negli uffici pubblici, sui luoghi di lavoro, nelle caserme, nei tribunali e nelle italiche strade. Per i prossimi due mesi ci fermeremo. Andremo a trovare i bimbi rom solo per giocare a pallone con loro. Perché ogni scuola ha i suoi tempi di pausa. Poi, in autunno, se le altre associazioni cittadine e gli adulti rom vorranno continuare a condividere questa esperienza, riapriremo la Scuola del Vento. Nella speranza di rivedere una verde scia luminosa solcare il cielo al tramonto, com’è accaduto in una sera di giugno, sul villaggio in riva al Crati. Non un miracolo. Forse un meteorite. Di certo era una scia volante persistente e colorata, che si muoveva rapida seguendo il fiume. E i nostri sogni pure. Cosenza, luglio 2009 La Coessenza
"Così raccontano i nostri vecchi.."
I racconti del Subcomandante Marcos durante l'Otra Campaña 15 / 6 / 2009



Intra Moenia pubblica i racconti del Subcomandante Marcos durante l'Altra campagna, tradotti da Claudio Dionesalvi. E' un progetto di Ya Basta! L'intero ricavato sarà devoluto alle comunità ribelli zapatiste in Chiapas, Messico. Collaborano l'associazione Coessenza ed Edizioni Erranti di Cosenza.
Il libro verrà presentato nel prossimo autunno a Cosenza. Nelle librerie è già disponibile. Per chi volesse acquistarlo o presentarlo:
- in calabria tobbia@tin.it
- nel resto d'Italia yabastanapoli@yahoo.it
http://www.globalproject.info/it/produzioni/Cosi-raccontano-i-nostri-vecchi/838


Introduzione
Quando a scuola si studia la storia dei popoli indigeni d’America, i ragazzi e le ragazze stentano a credere che esistano ancora i Maya. Infatti i libri scolastici insegnano che sono stati sterminati cinque secoli fa dai conquistatori europei ed analoga sorte è toccata ai Pellerossa, agli Aztechi ed agli Inca.
Eppure i Maya sono ancora lì, nel sudest del Messico, nello Stato del Chiapas. Coltivano le terre che hanno occupato durante l’insurrezione del gennaio 1994. Amministrano i territori liberati. Resistono alle continue aggressioni del governo messicano che ha cancellato i loro diritti e vorrebbe annientarne l’identità e la memoria storica.
Hanno ideato un proprio sistema amministrativo che funziona fuori dalle istituzioni del malgoverno. Indossano il passamontagna dell’EZLN, affinché il mondo sappia che esistono. Come altre popolazioni indigene del continente americano, i Maya non si rassegnano. Per milioni di uomini e donne di tutto il mondo la loro ribellione è uno spiraglio di luce e speranza. Perché non essendo una rivolta desiderosa di conquistare il potere, riesce a realizzare un modo diverso di creare relazioni umane, abitare i luoghi e costruire democrazia Gli zapatisti parlano con gli occhi e vedono con le parole. Le loro forme di comunicazione e di lotta ci insegnano a pensare ed agire al plurale. A migliaia di chilometri di distanza il loro cammino di autonomia contribuisce a dare un senso ad innumerevoli esperienze di ribellione che fioriscono in diverse zone del pianeta.
L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ci insegna che la qualità del cammino è più importante della meta da raggiungere. Non esiste una strada già tracciata. Bisogna realizzarla insieme.
In carovana con l’Associazione Ya Basta abbiamo incontrato l’autonomia zapatista e l’Altra Campagna: un’esperienza di democrazia dal basso che si compie mediante un percorso di incontri con le comunità ed i movimenti che in quella zona della Terra resistono al neoliberismo. Attraverso i linguaggi della poesia, rievocando l’epica indigena, in questo cammino collettivo chiamato Altra Campagna che si compie grazie alla capacità di ascoltare i popoli, il Subcomandante Marcos narra i sogni ribelli di un presente ed un futuro tutti da costruire. Lottando per la dignità umana.
I racconti che pubblichiamo portano una data precisa. Sono stati scritti e letti durante gli incontri che il Subcomandante Marcos, Delegato Zero, ha svolto in tutto il Messico durante i primi mesi del 2006 mentre iniziava a prendere forma l’Altra Campagna. In molti casi con gli zapatisti le date non hanno importanza, riletti con gli occhi di oggi ci servono infatti per riflettere sul presente in Messico e in casa nostra.
E' USCITO IL SILIDRILLO!!


È uscito Il Silidrillo. Vive tra i laghi della Sila. Come i lupi e come l’identità ribelle silana, è in agguato.
Prossime Pubblicazioni Coessenza - Il porto sequestrato
Ad un anno dall’inizio dell’inchiesta sullo stato di salute del porto di Ancona dopo la sua totale "messa in sicurezza", esce la prima pubblicazione dell'Osservatorio Faro sul Porto Il porto sequestrato Reportage sul nostro porto al di qua e al di là delle reti (Ed. Coessenza - Cosenza) 13 / 5 / 2010 (Prefazione de "Il porto sequestrato") Nelle tre date in cui verrà presentato “Il porto sequestrato”, (11 maggio a Venezia (in occasione dell’incontro pubblico “Welcome. Indietro non si torna”), 14 maggio ad Ancona, 15 maggio a Perugia), saranno presenti anche i rappresentanti delle associazioni greche di Patrasso e Igoumenitsa e quelli della rete Tuttiidirittiumanipe-rtutti di Venezia. La mobilità che attraversa il porto è fortemente caratterizzata dalle reazioni che gli attori del controllo sociale producono per via di numeri previsti a monte dal Ministero dell'Interno. I nuovi strumenti che si dipanano lungo la banchina intaccano i diritti inviolabili della persona, i diritti umani, e allo stesso tempo sperimentano nuove forme di governance della cittadinanza. Nuove norme in materia di immigrazione veicolano forme di controllo i cui destinatari non sono solo i migranti - i nemici per antonomasia - ma anche gli stessi cittadini. La pratiche dellle riammissioni in Grecia occultano un fenomeno di più vasta scala che affonda le radici nella volontà di controllare tutti, a partire e attraverso i migranti. Lo dimostrano d'altronde il carcere, la detenzione amministrativa e le zone di confinamento informali - i parchi, le baracche e i campi all'interno dei quali vivono "clandestini" la cui presenza è tollerata dagli agenti di polizia - reazioni verso le categorie sociali più vulnerabili che rappresentano una campana di sperimentazione del controllo, che si diffonde poi su tutta la società. Fondamentali sono i diritti violati, negati da queste pratiche d'esclusione: dal diritto all'accesso alle procedure di richiesta d'asilo fino a quello - banale ma sacrosanto - di migrare lottando per una vita degna. Pragmaticamente occorre distinguere tra chi fugge dalle guerre e chi migra dalla povertà, ci sono convenzioni differenti e procedimenti che si distinguono per le tutele apprestate; dal lato dei principi e delle pratiche conseguenti, invece, sarebbe bene che si guardasse all'immigrazione in maniera "totale", senza distinzioni, e con il presupposto principale della libertà e del diritto di migrare nelle metropoli come altrove. (dall'introduzione de "Il porto sequestrato") Questa pubblicazione nasce dal lavoro d’inchiesta che l’Osservatorio Faro sul Porto ha portato avanti da maggio 2009 sino ad oggi. Inchiesta che non avrà unadata di conclusione ma che costantemente e meticolosamente continuerà ad operare per la salvaguardia del porto e per il riconoscimento dei diritti di tutti coloro che lo attraversano. Attualmente l’Osservatorio ha sottoposto delle interviste alle figure istituzionali che in diverse forme e con diversi compiti governano l’intera area portuale. Abbiamo scelto questo strumento d’indagine non solo per garantire al nostro lavoro autorevolezza e scientificità nella raccolta dei dati, ma soprattutto per evidenziare le grosse contraddizioni che l’argomento tiene in sé. Cosa significa ciò? Innanzi tutto ricordiamo che questo lavoro nasce all’interno di un percorso politico autonomo ed indipendente che ha le sue radici nell’esperienza attiva dei centri sociali e quindi occupa quello spazio in basso a sinistra proprio dei movimenti sociali che oggi hanno scelto di auto-rappresentarsi e auto-determinarsi nel proprio territorio. Diretta conseguenza è la necessità per noi di poter costruire attraverso questo intervento uno spazio di azione politica che rimetta al centro, la volontà di decisione delle persone nei contesti in cui ogni giorno vivono, producono, consumano… Per questo più volte ci troverete a parlare del porto come uno dei nostri beni comuni attualmente sottratto alla città. Il porto è di tutti e quindi ci sentiamo chiamati in prima persona a far luce sulle trasformazioni che sta vivendo e sulle ricadute locali ed internazionali che determinate scelte politiche stanno provocando. Quindi, volendo tornare alla scelta dell’inchiesta, ci pare una strada percorribile sia per sfatare l’idea che alcuni argomenti non possano essere di competenza delle persone comuni, sia perché ci permette di tirare in ballo alcune figure che oggi più che mai devono assumersi nei confronti della collettività, delle responsabilità per il ruolo che rivestono e per le scelte di cui possono essere complici. Nelle prossime pagine troverete il materiale emerso da questo camminare domandando e ovviamente, le conclusioni che ne abbiamo tratto. Non sarà un lavoro compiuto, né concluso, come dicevamo all’inizio il nostro Faro rimarrà acceso per evidenziare le diverse problematiche che oggi e domani possono emergere. A questa pubblicazione vogliamo fare seguire altri aggiornamenti che da un lato continuino a rendere pubblico il nostro lavoro d’inchiesta e dall’altro denuncino le sistematiche violazioni di cui i migranti, i lavoratori e i cittadini sono vittime. Il volume è composto da due capitoli: il primo “La città e il porto”, il secondo “Il porto che respinge”. Nel primo si è voluto problematizzare la corrispondenza tra la città, intesa non solo come territorio ma anche come sintesi delle attività umane che vi risiedono, ed il porto. Come noterete in seguito il sentimento di attaccamento al porto è alquanto diffuso tra i cittadini anconetani, che oggi non ne accettano la separazione. I motivi che legano così profondamente gli abitanti a questo pezzo di città hanno radici antiche, ragion per cui abbiamo ritenuto necessario fare un breve excursus storico per dimostrarlo. Si noterà come il porto nella sua storia ha sviluppato forti rapporti di reciprocità con la città attraverso i quali l’uno ha permesso lo sviluppo dell’altra e viceversa. Questo capitolo accoglie i contributi di un giornalista anconetano, che per ragioni di riservatezza non ha voluto comparire, e di Sauro Marini. Entrambi i loro pezzi vengono offerti al lettore come testimonianza di chi ha vissuto i cambiamenti che ad oggi hanno escluso la zona del porto alla sua città. Per capire meglio come ciò sia stato possibile abbiamo approfondito le cause che hanno generato l’apparato di sicurezza che oggi regola l’intera area portuale. Siamo partiti dalla genealogia normativa che, come sarà chiaro al lettore, nasce all’interno del diritto internazionale marittimo declinato poi nelle normative europee senza mai precisare alcun strumento di controllo privilegiato. Tale riferimento normativo è per noi fondamentale per evidenziare come il mostro che è stato creato è illegittimo e come sia comunque giusto ribellarsi a tutte le leggi ingiuste. Il secondo capitolo è dedicato agli invisibili, a coloro che quotidianamente sulle rotte della speranza percorrono lunghissimi e disperati viaggi in attesa di essere da qualche parte accolti. Ci rivolgiamo a quel flusso inarrestabile di umanità che per motivi indipendenti dalle loro scelte, fugge per poter ricostruire la propria dignità violata in luoghi diversi da quelli di appartenenza. Questo passaggio è strettamente significativo se consideriamo il porto come frontiera interna rispetto alla città e nello stesso tempo frontiera esterna per chi cerca di approdarvi via mare. Anche in questo caso non si poteva prescindere dalle normative internazionali e dall’attuale legge italiana in vigore sull’immigrazione che molto spesso collimano facendo emergere le contraddizioni di un sistema che predilige investire risorse per reprimere e respingere i flussi migratori piuttosto che articolare sistemi di accoglienza e di protezione per chi quotidianamente mette in gioco la propria vita. Abbiamo appositamente citato alcuni casi che si sono verificati al porto di Ancona quando vengono ritrovate persone che viaggiavano nascoste nei tir. È purtroppo, questo, un fatto che accade quotidianamente sotto casa nostra senza che noi ne possiamo prendere atto, se non il giorno dopo dai giornali quando i migranti sono già stati respinti. La barriera imposta dalle reti sicuramente, invece che avvicinarci a loro, ci allontana così tanto da mantenerli nella loro invisibilità. Abbiamo citato, in ultimo, il caso di Patrasso perché la maggior parte di loro da lì parte e lì ritorna dopo essere stati respinti.. Cosa li aspetta a Patrasso? Come vengono trattati dalle autorità locali? Qual è la prassi con cui si scontrano in Grecia? Interrogativi a cui abbiamo risposto riportando le testimonianze raccolte dall’Ambasciata dei Diritti con l’aiuto di organizzazioni greche con cui sono state intrecciate reti di solidarietà per lottare uniti contro le discriminazioni, il razzismo e l’ignoranza diffusa. Osservatorio Faro sul Porto Ambasciata dei diritti Marche Info: farosulporto@gmail.com ambasciata@glomeda.org ambasciatadeidiritti@inventati.org www.globalproject.info
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