Menù
contatore
Visitatori Unici:2353
Search

News
SULL’ORDINANZA DI SGOMBERO DEL CAMPO ROM DI COSENZA

SULL’ORDINANZA DI SGOMBERO DEL CAMPO ROM DI COSENZA
Lettera aperta con preghiera di diffusione

L’ennesimo rapporto diffuso in questi giorni dalla Procura di Cosenza finge di scoprire le drammatiche condizioni di vita dei Rom, che vivono nel campo sorto alle spalle della Motorizzazione civile di Cosenza. Tutti sanno però che, in questi ultimi 7 anni, i Rom stessi sono più volte intervenuti per denunciare come in quell’accampamento essi vivano in condizioni disperate. Da diversi anni, inoltre, numerose associazioni del privato sociale, assieme ai Rom, si stanno impegnando nel produrre analisi e proposte finalizzate a chiedere l’istituzione di un “villaggio attrezzato” in città, dove sistemare, anche provvisoriamente, i cittadini romeni e i loro bambini.
Queste attività d’intermediazione, nel corso del 2009, sono state soprattutto portate avanti all’interno dell’osservatorio comunale sulle migrazioni (OCI), nato su iniziativa dell’assessore Francesca Bozzo. I diversi tavoli di cui si componeva l’OCI si sono infatti espressi in maniera corale, chiedendo al comune di Cosenza di convogliare ogni sforzo in favore dei Rom. Quattro erano in particolare le richieste avanzate: di portare acqua e elettricità all’interno del campo, di rimuovere la spazzatura, di installare dei bagni chimici. Dal loro canto, i cittadini Rom di Vaglio Lise si sarebbero autotassati per sostenere gli oneri economici di questi interventi, mentre le associazioni appartenenti all’OCI avrebbero lavorato su una progettualità di lungo periodo, da sostenere tramite le tante risorse messe a disposizione dall’Unione Europea.
In una prima fase, dietro l’alibi della mancata competenza, nessuna delle richieste avanzate dalle associazioni venne presa in considerazione. E così nulla fu possibile chiedere all’UE. Poco prima della scorsa estate, invece, l’assemblea plenaria dell’OCI si concluse con alcune assicurazioni da parte dell’assessore Bozzo, reiterate nel mese di ottobre, e però nuovamente disattese. In ottobre la Procura di Cosenza reagì alle insistenti richieste avanzate dalle associazioni dell’OCI, emettendo oltre 90 provvedimenti di allontanamento, così facendo ricadere sui Rom la colpa della loro migrazione e della precarietà del campo.
Quest’impianto accusatorio è stato fortunatamente smontato dalla magistratura ordinaria del Tribunale di Cosenza, che a novembre ha annullato i decreti di allontanamento della Procura, senza alcuna eccezione. Ma la Procura di Cosenza, adottando una nuova ordinanza di sgombero contro gli abitanti del campo di Vaglio Lise, finge di non ricordare quella vicenda. Finge di non vedere che la magistratura ordinaria, dando ragione ai Rom, ha implicitamente ristabilito alcune verità: il fatto, innanzitutto, che provvedimenti repressivi di questo tipo non riusciranno ad arrestare l’emigrazione dei Rom dall’Europa dell’est vista la realtà di persecuzioni, povertà e pregiudizi da cui essi fuggono; che il godimento dei diritti riconosciuti nella Carta dei Diritti Sociali dell’Unione Europea deve essere garantito senza qualsiasi distinzione basata sulla razza, il colore della pelle, il sesso, la lingua, la religione, le opinioni politiche o ogni altra opinione, l'ascendenza nazionale o l'origine sociale, la salute, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, la nascita o ogni altra situazione (art. E); che dal 1984 molte regioni (Calabria, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Piemonte, Sardegna, Toscana, Veneto e la Provincia Autonoma di Trento) ed alcuni Comuni (Bologna e Roma) hanno adottato misure specifiche nei riguardi delle loro popolazioni Rom e Sinti.
In sintesi, questi fatti sociali e normativi dimostrano che la magistratura inquirente è chiamata a verificare non tanto le condizioni di vita dei campi Rom, ma se le autorità locali, assieme al governo centrale, hanno effettivamente adottato le misure necessarie ad assicurare i diritti fondamentali degli stranieri e dei cittadini comunitari. Purtroppo, siamo invece costretti a constatare che la Procura di Cosenza, con la sua nuova ordinanza di sgombero, intende occultare gli obblighi di protezione dei diritti che i nostri amministratori hanno nei confronti di chi abita sul territorio, rafforzando inoltre l’idea, già dilagante nel paese, che gli stranieri vadano cacciati e repressi, segregati e esclusi da ogni forma di partecipazione seria e pianificata in quanto causa della loro stessa povertà.
Questo è un modo di ragionare diffuso fra i sostenitori della cosiddetta tesi sullo “scontro fra civiltà”. E, Domenico Airoma, il Procuratore di Cosenza che dirige le operazioni al campo Rom di Vaglio Lise, è certamente un’autorità in materia (si veda il suo scritto apparso nel volume “Questioni di identità”). Noi che con i Rom lavoriamo e discutiamo, chiediamo invece di riflettere sui nostri comportamenti, sulle nostre responsabilità, e non sul loro modo di essere. Noi soprattutto chiediamo di sospendere questa ordinanza di sgombero e di convocare, poi, un’assemblea pubblica – presieduta dal Sindaco Perugini, dal Presidente della Provincia di Cosenza e dal Presidente della Regione Calabria – affinché si possibile iniziare a ragionare serenamente, ma efficacemente, su come costruire forme di convivenza sociale per tutti più sostenibili e dignitose.
Non si tratta di far ricadere sul solo comune di Cosenza la responsabilità di questo intervento, come il Sindaco Perugini da sempre lascia intendere. Ma si tratta di uscire dall’ambiguità, a partire da chi sinora non ha accettato di confrontarsi pubblicamente e di chi nulla ha mai detto di fronte a mille fallimenti dell’OCI. Eppure siamo stati tutti d’accordo nel condannare i recenti fatti di Rosarno e gli orrori della Shoah…

Cosenza, 30 gennaio 2010

- Federazione Orizzontale Ribelle Autonoma!
- La Scuola del Vento
Il consiglio dei Ministri a Reggio Calabria: ennesima buffonata dello Stato sabaudo
Con arroganza sabauda, il ministro Maroni e la banda Berlusconi sono passati da Reggio. Non hanno speso né un secondo né una parola su questioni serie come la mancanza di reddito, la devastazione ambientale di questa terra, le tante possibili “Rosarno” di Calabria. Maroni e la ‘ndrangheta hanno tanto in comune. Entrambi infatti si alimentano della mancata soluzione di problematiche storiche come l’assenza di prospettive, diritti, servizi ed istruzione. Lui, l’antimafia e la cosiddetta società civile sostengono di voler combattere la loro infinita crociata contro la criminalità. È un’apparente missione salvifica che finisce invero per proteggere gli interessi parassitari della “prenditoria” calabrese e della locale classe politica! Una persona che non abiti i nostri luoghi, se volesse comprendere la reale natura del fenomeno mafioso, dovrebbe pensare al ruolo della Lega nel nord. Antica la prima, moderna la seconda, controllano i rispettivi territori ed agiscono al servizio delle borghesie agrarie e urbane. Soprattutto, promuovono secessione materiale! Ed è un fatto imbarazzante da accettare, ma sia alla Lega sia alla mafia aderiscono pure tanti giovani convinti così di ribellarsi al sistema. Lo Stato di Cavour e Maroni conosce bene questa storia, e del mito della ‘ndrangheta ha fatto un utile spaventapasseri, un parafulmini. Distrae l’attenzione generale dai mali veri di Calabria. Serve solo ad alimentare un apparato d’ordine pubblico costosissimo! Qui si spendono soldi veri, espropriati alle intelligenze ed ai corpi meridionali. E dall’inizio del 2010, c’è una novità. Agitando questo mito, lo Stato sta deportando migliaia di migranti regolari. Così sono andati i fatti a Rosarno. Sì, i giovani neri hanno avuto un gran coraggio nel ribellarsi. Un minuto dopo, però, quando si sono resi conto di quanto fosse esteso ed innervato il nemico che avevano davanti, hanno giustamente preferito la fuga pur di salvare la pelle. Non si sono trovati di fronte picciotti con la lupara in mano, bensì professionisti, commercianti, imprenditori. Insomma, gente “normale” che pur di difendere i propri affari plurisecolari sarebbe capace di commettere un genocidio. La ‘ndrangheta c’era pure, ma in un secondo momento. E c’erano anche cacciatori di farfalle, collezionisti di francobolli e appassionati di auto d’epoca! Le ‘ndrine non hanno pilotato gli eventi. Non avrebbero avuto alcun interesse a richiamare in casa propria orde di giornalisti, sbirri e magistrati. Quella notte, in un attimo, i giovani neri hanno capito ciò che noialtri nati quaggiù sappiamo sin dall’infanzia: la mafia è tutto e niente. Il mafioso è anzitutto l’insospettabile signore della porta accanto. Che non imbraccia la lupara, non è affiliato, non riscuote tangenti, non vende droga, non ha mai commesso reati. Però mafioso rimane. E non è un problema solo calabrese. Le metropoli del nord sono piene di settentrionalissimi cittadini privi di qualsiasi dignità e sensibilità per il bene comune, impegnati a curare gli “interessi di famiglia”, con ogni mezzo necessario. Quaggiù certi fenomeni sono più evidenti. Provate ad entrare in un comunissimo ufficio pubblico per il disbrigo della più elementare delle pratiche burocratiche, senza che un Don vi abbia mandato. Provate a recarvi in ospedale senza la raccomandazione di un politico, un amico o una loggia massonica. Se non appartenete ancora alla ‘ndrangheta, sarà tale il vostro senso di impotenza, che correrete ad affiliarvi. La Calabria è piena di giornalisti che fanno carriera scrivendo al servizio di qualche politico, “alternativi” che consumano le droghe delle ‘ndrine e frequentano le loro discoteche, padri di famiglia col cappello in mano che pur di “sistemare” un figlio si mettono in fila davanti agli hotel dove si svolgono gli incontri con i candidati delle regionali. E poi ci sono postcomunisti e sedicenti Democratici che popolano i rispettivi partiti secondo logiche meschine, postfascisti che rovistano i quartieri infestati dalla mala a caccia di consensi e protezione, preti asserragliati nel confessionale, editori che succhiano il sangue di giovani aspiranti cronisti. Ah, sì, certo, poi tutti siamo “contro la mafia” ...a parole. Ed è incredibile come la sinistra calabrese, ammesso che ne esista ancora una, si illuda di cambiare le cose limitandosi a parlarne, mandando comunicati ai giornali, oppure riponendo ogni fiducia nella paventata sostituzione dell’attuale classe dirigente con un’altra, magari più efficiente nel depredare beni comuni e risorse pubbliche. In queste ore, chi sta in alto cerca di clonare i fatti di Rosarno, importandoli a Corigliano ed a Cosenza. È un’operazione che attrae consensi. Prossimo obiettivo, dunque, scacciare i rom! Ma non quelli storici, giunti qui nel ‘900, che a modo loro si sono già ribellati in passato, scegliendo in gran parte di diventare essi stessi ‘ndranghetisti. Si sono fatti battezzare dalle ‘ndrine pur di sfuggire ad un futuro di pidocchi, manovalanza criminale, topi ed emarginazione. I prossimi pogrom allora sono stati programmati contro le recenti comunità di rom rumeni giunte in Calabria dopo l’allargamento dell’Unione Europea. Sono quelli che lavorano nei poderi della Sibaritide. Di solito vengono prima catturati dalla digos mentre all’alba vanno a lavorare, poi portati nei lager di Crotone e Lamezia con l’accusa di essere clandestini. La polizia ovviamente si guarda bene dal controllare i padroncini per i quali lavorano in cambio di una paga inferiore alle cifre rosarnesi. La stessa sorte toccata ai migranti scacciati da Corigliano aspetta adesso i circa 400 rom abitanti nel villaggio invisibile sul fiume Crati, a Cosenza. Per loro nessun vescovo invocherà mai il vangelo. Il sindaco Perugini, la procura, la prefettura e il presidente della provincia Oliverio hanno già contattato le ruspe per abbattere le baracche e sgomberare il campo. Entro l’inizio di marzo procederanno. E con la scusa che non sanno dove metterli, solleveranno nuove paure. Insorgeranno gli abitanti dei comuni in cui annunceranno di volerli trasferire. Alla fine gli zingari saranno deportati. Perché nella testa della gente, i rom rimangono mali privati, cioè il contrario di beni comuni. Gli zingari sono arnesi usa e getta per chi li sfrutta, chi se li porta a letto e per qualche missionario. Persino tra le persone che dicono d’essere “di sinistra” regna il pregiudizio: “i rom sono buoni solo ad accattonare. Fanno prostituire i figli”. Si dimentica quante volte tali frasi siano state proferite nei confronti dei migranti calabresi ed italiani del passato. E si fa finta di ignorare che le prime prostitute e gli accattoni siamo tutti noi che ogni giorno tiriamo fuori una lunga lingua fantozziana per elemosinare un salario e protezione. Ma si sa. Gli zingari sono sempre gli altri! Claudio Dionesalvi www.terramara.it
Giovedi 8 Aprile 2010
Giovedì 8 aprile 2010
ore 18 area liberata OFFICINE BABILONIA
viale Mancini / via Popilia Cosenza
Coessenza - Edizioni Erranti - Radio Ciroma
presentano
Altai di Wu Ming
alla presenza degli autori.
COSENZA, SPONDA SINISTRA DEL FIUME CRATI, PIANETA TERRA

LA SCUOLA DEL VENTO NEL VILLAGGIO ROM

Nel 2006 ci siamo riuniti per la prima volta in uno spazio autogestito. Abbiamo deciso di chiamarci Coessenza. Accomunati dalla passione per la scrittura, condividiamo conoscenza, lettura e reciproco ascolto. Ci unisce la voglia di camminare in basso. Diamo il nostro piccolo contributo nella lotta contro il diritto d’autore che in Calabria, come in molti altri luoghi, domina in maniera mafiosa il sistema dell’editoria. Per un anno abbiamo solo parlato, letto, ascoltato. Poi ci siamo decisi a pubblicare racconti, poesie, saggi. Non è andata male. Anzi, se avessimo voluto diventare una casa editrice, forse non ci sarebbe stato difficile farlo. Ma non era questo che volevamo fare. Allora, nel terzo anno di attività, ci siamo detti che bisognava provare ad andare ancora più in basso, cercando nuovi linguaggi, sperimentando forme innovative di espressione in mezzo alle persone che vivono nei quartieri periferici della città, dai quali molti di noi provengono, in cui alcuni di noi abitano. In questo sforzo di ricerca, quando Elisabetta ci ha fatto notare che sulla riva sinistra del fiume Crati, a Cosenza, sul pianeta Terra, la situazione è più difficile che mai, abbiamo deciso di incontrare i bambini “invisibili” del villaggio rom. Insieme a loro, collaborando anche con altre associazioni sensibili ai diritti dei migranti, abbiamo dato il via alla Scuola del Vento. Si chiama così perché una delle prime volte che siamo entrati nel villaggio, il vento si è divertito a lanciare in aria il nostro gazebo che ha cominciato a rotolare tra le baracche. Tutti insieme divertiti lo abbiamo inseguito. È bello vedere una scuola che vola. Inseguendo il gazebo, ci è capitato di guardare in alto. E così dal campo rom abbiamo intravisto i tetti della città. Non li avevamo mai notati, i tetti. Grazie a Tony e ad altr@ vecch@ e giovan@ compagn@, per alcune settimane abbiamo tenuto lezioni di Italiano, Matematica, Decupage e Artigianato. I bambini rom imparano subito, ti aspettano con ansia quando sanno che vuoi insegnar loro qualcosa e hai scelto di farlo nel loro mondo, quello dei gitani, all’aperto, lontano da aule anguste e chiuse, dove tante scuole italiane, purtroppo, ritengono ancora di poter “formare i cittadini”, limitandosi però ad allevare polli-bambini. Aule strapiene, insegnanti mummificati, progettifici, scarse attività di recupero, otto ore in classe, razzismo, quantificazione del sapere... per fortuna non tutte le scuole sono così, ma ce ne sono tante. In queste scuole non troveranno mai spazio né i rom né tanti altri ragazzi che non provengono dalle famiglie pubblicizzate negli spot televisivi di una nota marca di biscotti. Noi non vogliamo distruggere l’istituzione scolastica. Anzi, facciamo di tutto affinché i ragazzi di tutte le etnie e culture la frequentino. A Cosenza ci sono pure scuole che si sono poste l’obiettivo di concedere cittadinanza in aula ai rom. Ma in generale nell’ultimo decennio si è imposto il modello scuola-azienda, a volte degenerante in assurde mini-istituzioni totali che noi sogniamo di destituire, esautorare. Vogliamo dare il nostro piccolo contributo. Sappiamo che i bambini del villaggio rom rischiano di diventare, tra qualche anno, i soldatini della ‘ndrangheta del domani. Quelli che riscuoteranno tangenti, venderanno droghe, ruberanno macchine per chiedere il riscatto e, in caso di necessità, saranno “battezzati” per andare a compiere missioni di morte. Ciò è accaduto in questa terra negli ultimi vent’anni. Le comunità nomadi, da sempre, sono state spinte a privarsi delle loro radici culturali. Corpi, consensi e saperi comprati e svenduti. Al di fuori della carità e della compassione che a volte finiscono solo per allevare disperazione e sotterrare l’umana dignità, in pochi hanno fatto veramente qualcosa di costruttivo con gli zingari. Per noialtri, montare il nostro gazebo nel villaggio per due o tre volte a settimana, significa imparare, divertirci, praticare una didattica diversa, esercitare un’Altra cittadinanza, ribellarci all’ondata di paura e moral panic. Mentre i malgoverni delle città studiano le prossime mosse per divorare i fondi europei disponibili in materia di contrasto alla discriminazione dei rom e sinti, la mancata soluzione della questione gitana spinge intere popolazioni, che con essi vivono a contatto, a identificare il male con gli zingari, trascurando il problema di quanta aggressività e disperazione si annidino nelle nostre famiglie, nei nostri condomini, negli uffici pubblici, sui luoghi di lavoro, nelle caserme, nei tribunali e nelle italiche strade. Per i prossimi due mesi ci fermeremo. Andremo a trovare i bimbi rom solo per giocare a pallone con loro. Perché ogni scuola ha i suoi tempi di pausa. Poi, in autunno, se le altre associazioni cittadine e gli adulti rom vorranno continuare a condividere questa esperienza, riapriremo la Scuola del Vento. Nella speranza di rivedere una verde scia luminosa solcare il cielo al tramonto, com’è accaduto in una sera di giugno, sul villaggio in riva al Crati. Non un miracolo. Forse un meteorite. Di certo era una scia volante persistente e colorata, che si muoveva rapida seguendo il fiume. E i nostri sogni pure. Cosenza, luglio 2009 La Coessenza
"Così raccontano i nostri vecchi.."
I racconti del Subcomandante Marcos durante l'Otra Campaña 15 / 6 / 2009



Intra Moenia pubblica i racconti del Subcomandante Marcos durante l'Altra campagna, tradotti da Claudio Dionesalvi. E' un progetto di Ya Basta! L'intero ricavato sarà devoluto alle comunità ribelli zapatiste in Chiapas, Messico. Collaborano l'associazione Coessenza ed Edizioni Erranti di Cosenza.
Il libro verrà presentato nel prossimo autunno a Cosenza. Nelle librerie è già disponibile. Per chi volesse acquistarlo o presentarlo:
- in calabria tobbia@tin.it
- nel resto d'Italia yabastanapoli@yahoo.it
http://www.globalproject.info/it/produzioni/Cosi-raccontano-i-nostri-vecchi/838


Introduzione
Quando a scuola si studia la storia dei popoli indigeni d’America, i ragazzi e le ragazze stentano a credere che esistano ancora i Maya. Infatti i libri scolastici insegnano che sono stati sterminati cinque secoli fa dai conquistatori europei ed analoga sorte è toccata ai Pellerossa, agli Aztechi ed agli Inca.
Eppure i Maya sono ancora lì, nel sudest del Messico, nello Stato del Chiapas. Coltivano le terre che hanno occupato durante l’insurrezione del gennaio 1994. Amministrano i territori liberati. Resistono alle continue aggressioni del governo messicano che ha cancellato i loro diritti e vorrebbe annientarne l’identità e la memoria storica.
Hanno ideato un proprio sistema amministrativo che funziona fuori dalle istituzioni del malgoverno. Indossano il passamontagna dell’EZLN, affinché il mondo sappia che esistono. Come altre popolazioni indigene del continente americano, i Maya non si rassegnano. Per milioni di uomini e donne di tutto il mondo la loro ribellione è uno spiraglio di luce e speranza. Perché non essendo una rivolta desiderosa di conquistare il potere, riesce a realizzare un modo diverso di creare relazioni umane, abitare i luoghi e costruire democrazia Gli zapatisti parlano con gli occhi e vedono con le parole. Le loro forme di comunicazione e di lotta ci insegnano a pensare ed agire al plurale. A migliaia di chilometri di distanza il loro cammino di autonomia contribuisce a dare un senso ad innumerevoli esperienze di ribellione che fioriscono in diverse zone del pianeta.
L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale ci insegna che la qualità del cammino è più importante della meta da raggiungere. Non esiste una strada già tracciata. Bisogna realizzarla insieme.
In carovana con l’Associazione Ya Basta abbiamo incontrato l’autonomia zapatista e l’Altra Campagna: un’esperienza di democrazia dal basso che si compie mediante un percorso di incontri con le comunità ed i movimenti che in quella zona della Terra resistono al neoliberismo. Attraverso i linguaggi della poesia, rievocando l’epica indigena, in questo cammino collettivo chiamato Altra Campagna che si compie grazie alla capacità di ascoltare i popoli, il Subcomandante Marcos narra i sogni ribelli di un presente ed un futuro tutti da costruire. Lottando per la dignità umana.
I racconti che pubblichiamo portano una data precisa. Sono stati scritti e letti durante gli incontri che il Subcomandante Marcos, Delegato Zero, ha svolto in tutto il Messico durante i primi mesi del 2006 mentre iniziava a prendere forma l’Altra Campagna. In molti casi con gli zapatisti le date non hanno importanza, riletti con gli occhi di oggi ci servono infatti per riflettere sul presente in Messico e in casa nostra.
E' USCITO IL SILIDRILLO!!


È uscito Il Silidrillo. Vive tra i laghi della Sila. Come i lupi e come l’identità ribelle silana, è in agguato.
powered by elearner & cybernetica