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Per Coessenza

Report laboratorio di lettura e ascolto 13 novembre 2010


Report laboratorio coessenza 13 novembre 2010
Strane energie al centro Del Luca, per un laboratorio ancora una volta diverso. Breve ma energeticamente intenso.
Qualcuno si aspettava una riunione, invece il cerchio voleva stringersi e rispondere nel modo in cui sa parlare la coessenza: attraverso la poesia, attraverso la creatività.
Allora la strana proposta di Carlo viene colta al volo, una sensazione troppo bizzarra per non uscire fuori dall’ordinario: scriviamo.
In fondo siamo solo in 7, lo si può fare.
Scriviamo a ruota libera? Un altro modo di fare momentismo?
Elaboriamo il nostro modo di fare momentismo.
Si apre il laboratorio con la lettura di due scritti per innaffiare il pensiero:
un articolo di giornale, tratto dal Quotidiano della Calabria del 13 novembre dal titolo Controlli al “Centro Raffaele De Luca” e poi subito dopo una fiaba, come da un po’ di tempo si usa fare in apertura ai laboratori della coessenza. “La giraffa vanitosa”, per ricordarci che anche la persona più brava, più intelligente, più ingegnosa, più propositiva ha sempre bisogno di qualcun altro a fianco per poter procedere.
Il momentismo, come corrente, prevede un tempo di 10 minuti nonché la dislocazione spaziale dei partecipanti.
La coessenza, invece, si concede i cinque minuti calabresi in più e una dislocazione spaziale soltanto mentale. Infatti, per quindici minuti il centro de Luca è apparso come un deserto, in cui ognuno ha trovato il suo posto per colloquiare con la propria intimità, prossimo all’altro.
Impresa ardua, ma assolutamente gratificante.
L’esperienza della scrittura collettiva è sempre unica nel suo genere.
L’esperimento parte, una persona scappa in verità.
La coessenza risponde con la sua poesia, con un mini prodotto:
“Coessenza 15 minuti. 13 Novembre 2010 22.30-2245”. In allegato al presente report.
Il laboratorio continua con la lettura degli scritti, una reciprocità che, a chi non l’ha mai vissuta, appare un po’ folle. Eppure, chi è stretto intorno al cerchio riesce a godere dell’energia della parole e dei silenzi.
Poi si passa alla poesia, due di Stefania “Salsedine” e “Sole”.
L’intimità è tale che anche chi non ha mai letto nulla dei propri scritti ne condivide qualcuno: le vongole di Manuela intrecciate al pensiero della scuola del vento; e poi terra, esseri viventi, animali.
Oreste racconta i sumeri e il loro concetto di libertà, intimamente legato ad un ritorno alla natura.
Da le “101 storie zen”, dedicato ad ognuno dei presenti, una storia ci racconta cosa è lo zen. “Se capisci lo zen non hai più paura di morire” dice il maestro. E che cos’è lo zen? Lo zen è il niente, o forse solo la bontà nelle relazioni quotidiane.
A seguire il suggerimento di Osho, secondo cui semplice è felice.
Invece la lettura del brano “Il possesso” di Albert Hofmann ci rammenta la differenza tra “possesso” e “proprietà”. Esemplificativo un aforisma cinese al suo interno che vale la pena riportare perché appare, geniale nella sua casualità, savia risposta a illogicità burocratiche che bussano alla porta del nostro giardino culturale, il centro di documentazione “Raffaele De Luca”, i cui giardinieri – Coessenza e Ciroma – se ne prendono cura quotidianamente.
«Il maestro disse: “Il mio giardino …” e il suo giardiniere sorrise. Il maestro ha ragione nel dire all’amico che quello è il suo giardino, in quanto è di sua proprietà. Ma potrebbe anche darsi il caso che di rado egli vi metta piede; o magari vi passeggi solo in certe occasioni, quando si tratti di mostrare ai suoi ospiti una pianta particolarmente affascinante o la nuova serra. Agli occhi del giardiniere, invece, il giardino rappresenta un elemento naturale. Egli vive in e con esso: interra gli alberi e sistema lo strato di terra per i fiori che come ogni altra pianta conosce alla perfezione. Se ne prende cura con amore, li vede crescere, sbocciare, morire. Conosce il giardino nella freschezza della rugiada mattutina, cammina tra il manto fiorito un’ultima volta quando ormai la notte sta per calare facendosi avvolgere dall’aroma di certi fiori che a quell’ora è particolarmente pervasivo, e durante la calura del pomeriggio adora fare un sonnellino al riparo della serra. Il giardiniere ama profondamente il suo giardino. In realtà, è lui che lo “possiede” dall’alba al crepuscolo; lui è il vero possessore. È il suo giardino, ecco perché sorride quando il maestro dice: “il mio giardino …”».
In conclusione due risate con Vergassola alle porte di San Pietro.
Appuntamento al prossimo laboratorio, per condividere ascolti, silenzi, letture, energie.

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