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Report laboratorio rosso, voci e narrazioni

Archivio Incontri e Iniziative

Report laboratorio rosso, voci e narrazioni


27 dicembre - MARIA:

Non siamo mai cresciuti oppure abbiamo subito capito tutto?

Durante una puntata del Ciroma giornale, erano gli anni novanta, io andavo al liceo, si occupavano spazi , Claudio tra una notizia incazzata e l’altra mandava un pezzo degli CCCP. Lindo Ferretti gridava “roco, roco rosso” e noi, all’epoca, credevamo, con convinzione, di andare alla conquista del mondo. Speranze forze sogni squagli. Sì, ci credevamo e ci credevamo davvero.
Un bel giorno però ci svegliamo, ci svegliamo in un brutto sogno: il baratro, è il baratro che ci risucchia e ci sta capitando, davvero, la cosa peggiore che si possa avere: la normalizzazione.
Io non lo so se ci siamo riusciti però ce lo diciamo sempre “c’a putimu fa”. Anche se Lindo Ferretti è impazzito, noi siamo sempre qui: occupiamo spazi e portiamo in nostro rosso ovunque arrivi il nostro cammino.



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CARLONE E CLAUDIA:

“Signora Maria, la volete buttata la spazzatura?”. San Vito Alto, profumo di comignoli e odore di freddo. Di pentole in cui cuociono abbracciate carne e patate, del sapone sui panni stesi fuori ad asciugare. Il rumore delle macchine che passano ogni tanto, le risate di un gruppo di ragazzi seduti sul muretto.
“Grazie Giova’, tieni. Dopo passa”. Dopo passa, troverai un succo di frutta alla pera, la bottiglietta di vetro e accanto il bicchiere della birra, e un po’ di soldi spicci per le sigarette. Sempre le stesse cose.
“Che vi mangiate stasera?”
C’è rimasta una cotoletta, ho cucinato un po’ di verdura e ho riscaldo le patate di ieri.
Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo.
E’ l’ora del rosario.
Santa Giovanna Martire
Prega per noi.
Santa Rita da Cascia
Prega per noi.
Poi arriva la sera. Si accende la lucequando si stenta a guardarsi in faccia. Ed è l’ora della televisione, del detective, poi del quiz e infine delle pillole. “Una per il cuore – lo so a memoria – una per l’acqua nelle gambe, una per le vene che se no il sangue non sale e scende”.
C’è l’odore del tepore e quello dell’aria consumata. Di saponetta e di colonia, di lacca, del lumino acceso sul comò che brucia davanti alla foto di zio Vittorio in divisa militare.E illumina una pelle levigata e labbra carnose, era bello come un attore – ripetono sempre di lui – ma è stato sfortunato. Non lo so com’è morto, ma so che per lui sono state versate molte lacrime d’amore. So che è andato in guerra sognando la gloria e almeno due figli e invece quando è tornato non ha trovato più la sua casa, distrutta dall’alluvione. Ha conservato la divisa nell’armadio ed è andato a chiedere una casa popolare. E figli no, “non ne sono arrivati”. Poi è morto.
Aspettando che qualcuno venga a prendermi, io ho dieci anni e sono la Vita in trentametri quadri di alloggio popolare popolato da vecchi. Anzi, tutto il quartiere è popolato da vecchi. La signora Linache si lamenta sempre del marito è vecchia, la signora Franca con loscialle di lana verde e i capelli turchini è vecchia. E’ vecchia mia zia, ma non ci avevo mai fatto caso. E’ vecchio il signor Cavallo, con un paio di denti superstiti e il maglione infeltrito. Ha una storia terribile alle spalle che lo esonera da tutto,soprattutto dal sorridere: ha perso la moglie da giovane. Ha cresciuto da solo tre figli, non c’è giorno in cui la sua sfortuna non venga menzionata con un sospiro, non appena lui sparisce dietro la porta. E’ vecchia cummà-Anna-Maria, lei è vecchia e grande. Altissima, e ha le calze nere velate sopra le vene varicose. Anche Giovanni è vecchio, nonostante sia giovane. Gli dicono: vai fuori con quelli della tua età, vai a trovarti una fidanzata. Ma lui è a suo agio solo in quel nido di vecchi, tra mia zia che sgrana fagioli e gli altri seduti sulle sedie imbottite di stoffe marroni, si fanno compagnia e si rassicurano. Gli basta essere certi di rivedersi il giorno dopo per addormentarsi più sereni. Gli autobus arancioni dell’Atac scandiscono il pomeriggio. “Vedi chi scende”. La finestra vista fermata regala un modesto senso di controllo sul territorio. “La suora. Va a fare le punture a casa di Giovanna”. A ogni raudo che esplode in qualche angolo là fuori, è una bestemmia. Le cose peggiori che si possano sentire su madri e defunti si dicono in queste occasioni, senza ritegno. La gallina becca e scandisce i secondi dentro la sveglia. “E’ un inverno freddissimoquesto”dice sempre qualcuno. “E’ tempo suo” risponde sempre qualcun altro.E poi suona il telefono e una sottile agitazione percorre tutti: colpi di tosse, sedie che si muovono, sguardi interrogativi verso l’apparecchio verde appeso al muro che scandisce nitidamente “Driiiiinnn”. Mia zia fa segno di stare zitti. “Chi? Chi cercate? No, avete sbagliato numero”. E poi tornano sbadigli e “che ore si sono fatte?”, a turno ricordi, fatti del giorno e pettegolezzi. Io sono la vita, mi sciolgo i lunghi capelli biondi, faccio le mosse davanti allo specchio, mi esibisco in canti e poesie distribuendo un po’ di colore sul beige circostante. Poi sento il colpo di claxon, qualcuno finalmente è venuto a prendermi. Ciao a tutti, devo salutarvi.E infatti è già ora di chiudere le imposte.
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Alberelli, Asta, Bria, Conti. Colori sbiaditi, occhiaie da notti con la paura del buio e di sonno perso. Fuoco, Galli, Leone. Capelli crespi, occhiali e apparecchi, guance rosse, cartelle con le bretelle e panini al burro avvolti nella carta marrone. Frontini, caschetti, risvolti drammatici per pantaloni di taglie abbondanti, la supremazia del marrone. Odori misti, di gesso e salamino, di pessime colonie e di sigarette fumate senza divieto dalle maestre durante la ricreazione. Amiche mano nella mano, maschi e femmine distanti. Io sono quella col sorriso bucato e il fiocco bianco storto. Le orecchie grandi che mi costano lacrime segrete, magra striminzita, appassionata di storia, gommine profumate e cartoni animati. La foto, di qualche anno fa, è attaccata con lo scotch al muro tra il poster dei Duran Duran e la preghierina dell’angelo custode. Una fila di musicassette, un collage di cartoline, uno specchio in cui immaginarsi già grande. Fuori,oltre il cortile c’è la città, una città con pochi colori. La pizza il sabato sera e domenica mattina in chiesa. Ho un sacco di domande da fare e la frenesia di andare dappertutto e tutti a ripetermi che devo accontentarmi, invece. Oppure fuggire.
°°°
Non era questa la gonna che volevo io. A palloncino, rosa come quella di una bambina. Io volevo una gonna corta, le calze nere velate, le spalline. Vestita così continuerò ad essere ignorata, lo so già come andrà. “Il regalo lo hai portato”. “Sì”. “Vengo a riprenderti alle 10”. “Ok”. “Cos’hai?”. “Niente””.“Salutami i genitori di Carla”.
Me ne starò in quest’angolo sperando che nessuno mi giudichi, sperando che nessuno mi osservi, sperando di diventare invisibile, fino alle dieci. C’è odore di pop corn e sigarette, di eccessi di profumo, di maglioni troppo caldi. Ecco Luana: minigonna, spalline, lucidalabbra. Dio ha dato capelli lisci alle belle e capelli gonfi alle insignificanti, come me. Io non sono ancora pronta per baciare con la lingua, non so come si fa, me lo hanno spiegato ma non ne sarei capace. Ida bacia da tre mesi e dice che è facile, io continuerò a fare le prove davanti allo specchio della mia camera, col solito rituale del rossetto e le spalline. “Che fai, perché non balli?”. “Ascolto, osservo. Mica bisogna fare qualcosa per forza. Anzi scusa, vado a prendere un bicchiere di Fanta”. Accidenti a questa gonna, Tocci mi sta fissando. Di sicuro ora farà una battuta delle sue.“Ti va di ballare questo lento?”. Oddio. Nella mia classifica lui non è neanche tra i primi dieci. Ha la forfora, non studia e dicono che abbia genitori divorziati. Ma qui, nel chiaroscuro di questo garage, mi sembra diverso. Faccio la prova dell’alito, bevo un altro sorso di aranciata. Non ho molto tempo per decidere ma non posso permettermi di fare nulla di cui domani, davanti allo specchio, potrei pentirmi. Vuoi vedere che stasera – vestita da meringa, con i capelli gonfi e le ballerine – scoprirò finalmente che cos’è l’amore?.

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