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Calabria, i «fantasmi» della Marlane chiedono giustizia

Appunti

Calabria, i «fantasmi» della Marlane chiedono giustizia


il manifesto, giovedì 29 marzo 2012 - Silvio Messinetti - PAOLA (CS)-
Piangono due volte. Di dolore e di
rabbia. Perché i loro congiunti
valgono meno di un niente. Da
vivi e da morti. A volte la giustizia oltre
che ingiusta sa essere anche crudele.
Per istruire il processo alla Thyssen
Krupp ed arrivare a sentenza son trascorsi
appena tre anni a Torino. Per incardinare
quello sulla Marlane-Marzotto,
la fabbrica dei veleni di Praia a
Mare, sul Tirreno cosentino, è passata
una dozzina d’anni, tra richieste di archiviazione
scampate e una sfilza di
rimpiazzi nella magistratura inquirente
e giudicante di Paola. Poi, finalmente,
il 19 aprile 2011 si è aperto il dibattimento.
Con grandi attese, mai così
mal riposte. Sul banco degli imputati
una pletora di dirigenti, personaggi eccellenti,
colletti bianchi, l’intero vertice
della fabbrica tessile, tra cui l’ex presidente,
il conte Pietro Marzotto. I reati
addebitati sono di quelli pesanti:
omicidio colposo plurimo, lesioni colpose,
disastro ambientale. Una tragica
storia di lutti e veleni: sessanta operai
attualmente ammalati di cancro,
quaranta già deceduti per l’uso di coloranti
azoici nella fase di produzione.
E, ancora, altre vittime, ammorbate
dall’amianto presente sui freni dei telai.
Da ultime, ma non per ultime, decine
di tonnellate di rifiuti industriali
mai smaltite, e seppellite impunemente
nell’area circostante. Ma, dal 19
aprile di un anno fa, il processo non
ha, in effetti, mai avuto inizio. Cavilli
da scaltri legulei, udienze interlocutorie,
rinvii pretestuosi chiesti e (disinvoltamente)
ottenuti, giochi da prestigiatori
d’aula incredibilmente avallati
dalla magistratura giudicante. Perché
l’obiettivo malcelato è uno solo: la prescrizione.
Un traguardo che gli imputati vedono
a portata di mano, per farla franca
ancora una volta. Gente blasonata,
pezzi grossi del mondo industriale,
volti noti e meno noti del gotha finanziario:
da Antonio Favrin, attuale vicepresidente
di Confindustria Veneto e
presidente dell’Unione Industriali di
Venezia, a Silvano Storer, dirigente di
marchi di peso quali Benetton, Nordica,
Quacker-Chiari &Forti, da Jean De
Jaegher, consigliere di Eurotex, Hugo
Boss, Zucchi, a Lorenzo Bosetti, vicepresidente
di Lanerossi. E, poi, ovviamente
il conte Pietro Marzotto, da Valdagno,
tuttora a capo di un impero
economico con tremila operai e un fatturato
miliardario. Dentro il tribunale
c’è chi cerca l’impunità, fuori dall’aula
chi reclama giustizia e mastica rabbia.
Sono i familiari delle vittime e gli
operai ammalati. Rinforzati da un movimento
sociale che promette battaglia:
«Il processo deve iniziare, deve calendarizzarsi,
per far emergere in un
pubblico dibattimento ciò che realmente
è accaduto in quella fabbrica.
La smettano i 13 imputati di rincorrere
spudoratamente la prescrizione e si
facciano processare. Hanno mezzi e
soldi per potersi difendere, lo facciano
con onore senza scappare. Si chiama
democrazia. Non sopporteremo altri
rinvii» avvertono gli attivisti del
network di partiti, sindacati ed associazioni
(Sì Cobas, Osservatorio nazionale
amianto, Rdt "Franco Nisticò",
Movimento ambientalista del Tirreno,
Coessenza, Sinistra Critica, Pdci, Rifondazione).
Un appello per un processo
giusto e non falsato pubblicato
dal manifesto ha già raccolto un migliaio
di firme in poche settimane.
Oggi, in occasione dell’ennesima
udienza, si vestiranno tutti di bianco,
indosseranno un lenzuolo a mo’ di
fantasmi. Per ricordare le vittime di
un lavoro che uccide e il dramma di
chi, ammalato, vive in silenzio la propria
sofferenza. L’appuntamento è alle
9 davanti al Palazzo di Giustizia di
Paola. C’è unministro della Repubblica
che è solito versare lacrime di coccodrillo
per le politiche sul lavoro di
cui ha la piena responsabilità. Se venisse
a Paola forse piangerebbe davvero.
Perché di lavoro si muore, e da queste
parti in tanti son morti. Un elenco
del dolore su cui, però, qualcuno vorrebbe
calasse l’oblio.

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