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2.5.12 laboratorio turchese della Coessenza

Per Coessenza

2.5.12 laboratorio turchese della Coessenza


Mercoledì 2 maggio, ore 21, Centro Documentazione "R. De Luca" Cosenza, Piazzetta Toscano, laboratorio turchese della Coessenza.
Il turchese possiede l’amorevolezza del verde e l’espressione del blu è quindi il colore della tranquillità ed esplica un’azione calmante e rinfrescante sul cuore e le emozioni. Dà sollievo, felicità e rilassa; sollecita interesse, scioglie la tensione.
Il turchese rappresenta la psiche, l’emotività. I suoi due aspetti, chiaro e scuro, simboleggiano in qualche modo la funzione di trasferimento verso il corpo e verso lo spirito dell’informazione. Permettono quindi un libero passaggio dalle sensazioni intime alla loro espressione e dalle manifestazioni esterne alle loro comprensioni.
È un colore che incoraggia il cambiamento, l’inizio di un nuovo periodo e la generazione di idee nuove.
Il colore turchese ricorda moltissimo il colore del mare lungo le spiagge caraibiche ed è uno dei più bei colori che a volte possiamo ammirare nel cielo.
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REPORT LABORATORIO

Nove le sedie nel cerchio della Coessenza e una fuori area, per esigenze tecniche dello streaming.
È sempre la solita fatica al principio - chi inizia a leggere cosa – evidente con il mostro microfono alle calcagna che richiama compostezza.
Ci si guarda nel cerchio, poi si abbassano gli occhi, si sorride. Il gioco della Coessenza, il gioco della condivisione.
Comincia Stefania con la sua “Bad memories”, un viaggio al limite dell’umano nel turchese mare di Malta e la rivelazione di una prospettiva altra nei tristi occhi di chi è stato costretto a fuggire dalla sua terra.
Sono lunghe le pause della Coessenza, specialmente dopo la poesia.
Continua Stefania con i versi “Canto alla vita”, una preghiera pagana, ode alla grande Madre.
Franco, invece, ci riporta sul pianeta terra con un articolo di Federico Rabbini pubblicato su Repubblica nell’agosto 2010. Ci racconta, attraverso stralci d’articolo, il movimento Occupy Wall Street nato nella rete nel 1998. Franco, che appartiene a un’altra generazione e ha alle spalle più di 50 anni di militanza, è stupefatto dalla potenza del web e dall’idea che questo movimento dichiari di non avere padroni, né leader, né ideologia in senso stretto, ma solo valori condivisi: ambiente, equità sociale (un termine più efficace di “comunismo”, ma lui dice che è la stessa cosa), pacifismo. Su quest’ultimo punto rimane perplesso e si interroga, il suo partito aspetta da 100 anni la rivoluzione, e chissà se il pacifismo non possa essere proprio la chiave. A un certo punto il movimento capisce che è necessaria la territorialità e nascono così succursali nelle principali città del mondo. Franco ci legge i “comandamenti”, scritti durante un’assemblea su una lavagna, che rappresentano gli assiomi della comunicazione assertiva e le regole della comunicazione di gruppo. A parte la Coessenza – ci tiene a sottolineare – le cui pratiche la rendono diversa da ogni altra forma di collettività che nella sua storia di vita ha potuto frequentare, dice di non aver mai partecipato ad un’assemblea dove vigevano tali principi conduttori. Questo modo di agire lo ritiene rivoluzionario.
Torniamo poi alla narrazione, Elena legge un racconto profondamente legato all’emotività. Un delirio emotivo in una rilettura del proprio Sé attraverso il sapore di un chicco di melograno e occhi azzurri come soluzione, senza che ci sia alcun lui.
Anna ci segue in streaming e invia le sue riflessioni sul turchese. Un pantalone che non si usa più, che va via con la pioggia d’Aprile. Turchese come nostalgia, turchese come silenzio.
Ernesto legge il frammento di un racconto sugli anni 80, lo sguardo di un undicenne.
Oreste, invece, ci regala un ricordo: un bambino che con il martello frantumava il ramato, una pietra turchina, che polverizzata si usava per proteggere i campi.
Claudio rende il cerchio ilare con la lettura di alcuni brani del suo romanzo in itinere sulla città oggi, sulla Cosenza del declino. In autostrada, un viaggio in auto, tempo di elaborazione. Poliziotti che fermano e perquisiscono tasche e cofano e poi le scuse, dopo avere scoperto che quel “ragazzaccio” in realtà è un professore di scuola. Una scuola dove le frustrazioni e le incompetenze di vecchi insegnanti pesano sul percorso di Marcellino il quale, più che di punizioni, avrebbe bisogno di ascolto.
Maria, ispirata da una frase dei Verdena, racconta di un grillo in un mare turchese e velenoso, la passione che si alimenta, il cielo turchese che annuncia la primavera.
Dopo la comunicazione dell’uscita di due nuovi libri della Coessenza, “Appunti per spettacoli che non si faranno” di Ernesto Orrico e “Fissiannu fissiannu” in vernacolo di Sergio Canaletta.
E poi l’invito a raccogliere materiali e fotografie per allestire una mostra sulle “giornate di Cosenza”, una storia che parte nel 2002 e che vuole dichiaratamente essere faziosa. La nostra storia gliela raccontiamo noi ai ventenni di oggi, altrimenti nessuno lo farà mai. Parte il ricordo collettivo dei giorni di carcere di fratelli e sorelle e la rabbia per le strade di una città prima del declino. La Coessenza ride con i racconti degli ultimi resistenti – profeti e mohicani - e i volantini contro gli sbirri tra la folla di Sila in Festa di fronte al turchese del lago Arvo.
Oreste dice: “vorrei morire in Sila”.
Si ritorna alla narrazione con un brevissimo racconto di Stefania, “La mia prima bicicletta” che da blu si trasforma in turchese per l’occasione e diventa la madeleine per Claudio, che aveva dimenticato la sua bici con le rotelle, e per Franco che da fanciullo non l’aveva, ma insieme agli amici costruiva i monopattini con i rocchetti di ferro. Ci racconta i giochi che creavano da soli, come i palloni con le calze di nylon, gli “strummuli” e il lancio delle forme di formaggio, a quanto pare ancora abitudine della contrada di Donnici.
Ci si saluta con un brano di Italo, il ricordo del viaggio di emigrato che parte dal grigio di Milano e dopo 1119 chilometri finalmente incontra il grande Turchese, il mare, che lo riporta a casa.
Appuntamento al prossimo laboratorio, per allenare la nostra capacità d’ascolto e di condivisione. Senza regole, senza divieti, senza forme. Solo prassi e consuetudini nell’orizzontalità del cerchio, dove ognuno è funzionale con la sua diversità, dove il silenzio ha valore e l’ascolto dell’altro è ricchezza e risorsa.
Laddove la poesia è strada per avvicinarsi ed emozionarsi insieme e la scrittura stimolo al cambiamento sociale e alla riappropriazione dell’incanto.
Emozioni, ricordi, natura, amore. Vita.


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Armonie di intime emozioni
irregolari battiti
di corpi in fuga
da loro stessi.
E nel mentre della canalizzazione
fuochi scintillano
invocando la quiete.
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Fermenti nell’aria fresca,
lumi serali di antiche pulsioni,
spruzzi di gioia tra l’erba bagnata,
emozioni:
che rendono vive
le anime spente.
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Dall’alto di un forte antico
Che navi, soldati e bombe
Vide e visse in sé
Circondato da un mare amico,
si spegne l’umana dignità:
tra i volti affranti
di chi fugge e arriva
col cuore in gola,
dopo il deserto ed un vascello
alla deriva.
Non è una vita
Tra le macerie di colonie
Stuprate e abbandonate;
non è una vita
tra lo splendore di terre
falsamente dorate;
è un fascicolo, un numero,
ad imprigionare
l’umana viltà:
viaggia la merce, il petrolio
e il capitale,
ma non l’essere umano
di un mondo non lontano.
Via, sporco immigrato dalla pelle nera;
via, lurido ladro del mio pane bianco:
la mia ingordigia
vale più della tua fame,
la mia schiavitù
rende sogno
la tua libertà
nel mio reame.
Dall’alto di un forte antico
Ammiro brillare il mare amico,
amico mio,
vogliosa donna occidentale,
nemico tuo,
occhi tristi di fughe obbligate,
pulsanti di volti e corpi annegati:
“bad memories”.
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Il silenzio
Del tramonto
Sull’isola nel lago
Accarezza
Il pensiero
Di nuove visioni,
rende reale
l’immaginario
fanciullesco
mentre i suoni
delle creature
della grande madre
cullano
i timori
del mondo
artificiale.
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Racchiuso
Da un semicerchio
Di terra e di roccia
L’infinito sussurra
La sosta,
inneggia al pensiero,
profana la corsa.
Profumi levati dal vento,
ristoro, tra i raggi del sole,
sapore dell’acqua salata.
E un corpo,
abbandonato tra le onde,
rilascia il veleno
dell’epoca del troppo.
Persi
In un canto alla vita,
Ave Natura.

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