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Appunti

Claudio Dionesalvi - Dopo il blitz di giovedì scorso, la città riscopre la baraccopoli sul fiume Crati


da Appunti di Sopravvivenza, puntata del 5 ottobre 2009
sui 105,700 di Radio Ciroma
nota del lunedi di Claudio Dionesalvi
www.ciroma.org


Lisa è una bambina rom. L’ho incontrata alle due di un pomeriggio del luglio scorso, sulla spiaggia di Guardia Piemontese. Avevamo fatto amicizia qualche mese prima, nel villaggio sul fiume Crati. Ha 12 anni, gli occhi verdi, i capelli nerissimi. Frequentava la scuola di Cuturella. Il giorno in cui l’ho vista sulla spiaggia, vendeva aquiloni e merce per vacanzieri, nascosta dalla visiera del berretto con cui provava a difendersi da un sole spietato. L’aria era rovente. Ci saranno stati più di 40 gradi. La chiamai, mentre passava a pochi metri dal mio ombrellone, carica come un mulo. Fece finta di non conoscermi. Gli zingari hanno un forte senso del pudore. Si vergognava. Lei che frequentava regolarmente le scuole italiane e che si è sempre vantata di non aver mai chiesto l’elemosina sotto un semaforo, non voleva che io sapessi che faceva l’ambulante sulle spiagge. La pedinai. Dietro la palizzata di un lido, ad attenderla, c’era il suo datore di lavoro. Un italianissimo “signore” che le dava i gadget da vendere ai bagnanti, in cambio di pochi spiccioli. Non ho ritrovato Lisa al campo rom, dopo l’estate. Il papà si chiama Dimitri, fa il muratore e tanti altri lavoretti. Sì, proprio lavoretti veri, senza virgolette. Come quasi tutti i rom che vivono nel campo sulla sponda sinistra del fiume Crati, Dimitri si arrangiava raccogliendo arance, facendo il manovale, il facchino, lo scaricatore. Altri vivono di accattonaggio. È questo che fanno gli zingari della “Gergeri” del XXI secolo. Siccome non sono stati ancora battezzati dalla ‘ndrangheta e non hanno trovato il tempo e la forza di imparare a rubare automobili, chiunque può maltrattarli, offenderli e aggredirli. Ho saputo che Lisa e i suoi genitori sono tornati in Romania. Qui in Calabria i rom rumeni vengono per mettere un po’ di soldi da parte, spedirli ai loro parenti e magari costruirsi una casa in patria. È la stessa scelta che fecero i Calabresi descritti in un interessante libro di Gian Antonio Stella, dal titolo: “Quando gli Albanesi eravamo noi”. Anche i nostri conterranei in America e Svizzera vissero in baracche e subirono schedature di massa, simili al blitz della polizia scattato giovedì scorso all’alba nella baraccopoli in riva al Crati. Che strano! Sembra che la città si sia accorta soltanto ora dell’esistenza di quell’insediamento. Dopo l’ondata di panico misto a pietismo, che scoppiò nel 2007, dei rom sul fiume non si è parlato più. Solo qualche associazione ha continuato ad operare nei tre campi che col passare dei mesi si sono gonfiati di uomini e donne... e di bambini ricoperti da vesciche e pidocchi. Vivono in mezzo a migliaia di topi dalle dimensioni innaturali, circondati da discariche abusive di lamiere ed amianto che non sono stati loro a scaricare. Il Comune ha fatto finta di non vedere, non sapere, non poter intervenire. Di certo non è un’amministrazione che brilla per attivismo nelle questioni sociali. In questo caso specifico, non ci avrebbe guadagnato nulla. È una giunta incapace su tutto. Figuriamoci nelle situazioni svantaggiose! Qualsiasi forma di intervento le avrebbe procurato l’ostilità degli elettori, quei pochi che votano liberamente. Perché chiunque si occupi degli zingari, attira su di sé l’ostilità degli italiani. C’è stato il gesto coraggioso di qualche preside che ha iscritto i bimbi nella propria scuola, sfidando le paure delle famiglie dei bambini cosentini. Di recente c’è stata pure l’iniziativa del presidente della circoscrizione di via Popilia, Cipparrone, che constatata l’ignavia dell’amministrazione comunale e degli altri enti locali, ha provato a colmare lo spaventoso vuoto istituzionale, adoperandosi per portare luce ed acqua a questi cittadini europei accampati in riva al fiume. Intanto, molti Cosentini si dicono indignati perché i rom sarebbero incompatibili con la nostra magnifica civiltà. Pare che gli zingari rovistino tra i cassonetti dell’immondizia alla ricerca di qualcosa da mangiare o riciclare, e poi disperdano il contenuto dei sacchetti della spazzatura sui marciapiedi. Di questo grave crimine si sarebbero macchiati. Però quegli stessi cittadini igienisti non hanno levato alcuna protesta contro il sindaco per l’indegna situazione venutasi a creare nell’eterna emergenza rifiuti che da tempo infesta Cosenza, né hanno manifestato solidarietà ai lavoratori della Valle Crati in lotta. Anzi, qualche impeccabile cittadino ha contribuito ad inasprire l’emergenza, scaricando cessi, vasche da bagno e materassi in pieno centro. Si sa che gli “zingari” sono sempre gli altri, e vengono da lontano! Alla crociata si è unita la penna di qualche valoroso giornalista, che mentre auspica la cacciata dei rom e lo sgombero della “cittadella della vergogna”, si guarda bene dal fare inchiesta sui veri mali che affliggono la nostra vallata e si astiene dal proporre lo sgombero dei tantissimi vagabondi in giacca e cravatta che infestano i consigli d’amministrazione delle società miste, nonché i palazzi del potere e della rappresentanza. Nonostante i grossi giornali italiani continuino a parlare della nostra città come di una delle capitali meridionali del malaffare e dei disservizi, qui si preferisce girare lo sguardo verso il fiume. Nonostante le televisioni nazionali raccontino di interi quartieri costruiti senza alcun controllo pubblico, di milioni e milioni di euro dei finanziamenti europei spariti nelle casse degli studi professionali, di intrecci perversi tra malavita e politica, di inquinamento d’ogni genere e forma... i rom ed i rumeni rimangono al primo posto nella classifica della paura. Dunque a Cosenza i problemi erano e rimangono gli zingari, gli ultrà e i ragazzini che giocano intorno alle statue del Museo all’Aperto. Sì, poi in giro c’è pure qualche giovanotto di troppo che si fa le canne. Però state tranquilli, cittadini onesti: procuratori, poliziotti e carabinieri vigilano, lavorano senza fermarsi. E non abbiate imbarazzo. A quanto pare, si deve vergognare chi abita nelle baracche del campo rom. Perché non prova vergogna chi non ha fatto nulla per evitare che si sviluppasse la baraccopoli. Né tanto meno si vergognerà mai chi finanzia il cemento dei palazzoni sul viale Parco! da Appunti di Sopravvivenza, 5 ottobre 2009 sui 105,700 di Radio Ciroma www.ciroma.org Claudio Dionesalvi