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Appunti

Domenico Bilotti - MONOTEISMO, MINACCIA, MENZOGNA, MISERIA, MOVIMENTO: LE 5 “M” DI ALTAI


MONOTEISMO, MINACCIA, MENZOGNA, MISERIA, MOVIMENTO: LE 5 “M” DI ALTAI


“Mia madre aveva disposto che crescessi da buon ebreo, fedele alla Torah, ma era andata in un altro modo. Fin da ragazzo, alla scuola del rabbino avevo preferito il porto, e alla noia dei midrashim il rude conversare dei pontili”. [35]

Accogliendo l’idea che del resto il Collettivo Wu Ming ha inteso difendere (“Altai” più come sviluppo storico-cronologico di taluni personaggi di “Q” e non mero sequel della precedente e fortunata opera), le linee interpretative attraverso le quali questo nuovo testo può esser accostato sono numerose. Tuttavia, anche per non tradire la radicalità delle storie ivi raccontate, sembra che almeno cinque tematiche di fondo percorrano senza soluzione di continuità l’intero svolgersi dei fatti: il monoteismo, inteso non come componente liturgica ma come caratteristica fenomenologica delle tre confessioni religiose in conflitto o in rapporto (Ebraismo, Cattolicesimo romano, Islamismo) ed anche come riserva di esclusiva su e contro interpretazioni religiose eretiche; la minaccia, come promessa di attacco, come montare collettivo di un clima di tensione, come agitazione tumultuosa manovrabile; la menzogna, come merce di scambio del mercato politico; la miseria, come ambiente fondamentale entro cui si muovono i personaggi popolari del romanzo, gli sconfitti, gli ingannati, le masse che obbediscono o rivoltano; il movimento, tanto come idea dinamica di una narrazione itinerante, quanto come presupposto aggregativo che rovescia, o può rovesciare, il gioco di potere alimentato dalla menzogna.

“Il Consigliere Nordio mi aveva fatto imparare bene la storia dei Nasi. Li combatteva da sempre, era la sua missione, mi aveva addestrato a temerli e a difendere la Repubblica dalle loro insidie. Mi aveva addestrato talmente bene che nonostante tutto mi sentivo ancora in difetto. Da un angolo della mente la sua voce sottile mi ripeteva che non ero stato all’altezza dell’estremo sacrificio. Avevo mancato la missione e non avevo saputo fare altro che finire in braccio al nemico. Nella pancia del Leviatano, o sulla vetta del mondo”. [131]

Il protagonista, in apparenza paradossale, è Emanuele De Zante/Manuel Cardoso. Il dualismo identitario che lo racchiude (spia veneziana/ebreo spagnolo) non rimanda al tema pirandelliano di un’identità intima diversa da quella diffusa dagli altri. È una dichiarazione politica (molto) più precisa: l’identificazione come esercizio che il contesto svolge a carico o a danno dell’individuo, tradendone, con pretese di esclusività, l’intrinseca dicotomia. Perché la spia veneziana/ebreo spagnolo si trova ad essere o l’una o l’altra cosa, in base a dove si reca: ma è intimamente l’una e l’altra cosa. Nel funzionario di Nordio, addestrato ad odiare la famiglia giudea dei Nasi, che si procura la compiacenza di una prostituta, l’ebreo circonciso non è estricabile dalla sua forma mentis filo-veneziana e asservita alla cultura dei possidenti. Ed anche l’ebreo, riconvertito al giudesmo dai ricordi materni e dal carisma di Giuseppe Nasi, che agisce per la causa dell’assalto cipriota resta una spia, da agente segreto, che stana e decripta codici e frodi, si comporta.

“Innanzitutto una fetva del Gran Muftì, che giustifichi la guerra sul piano religioso. Poi serve il casus belli, un pretesto politico. L’isola di Cipro paga al Sultano un regolare tributo. Nessun suddito ottomano è stato maltrattato o offeso. L’unico appiglio sembrano essere i pirati”. [164/165]

Tuttavia “Altai” non rimane focalizzato solo sulle caratteristiche personali dei suoi personaggi, contiene inquadrature più larghe sull’esistenza presa in ostaggio dal potere e sul convenzionalismo di cui le istituzioni si servono per commettere quelli che, secondo il loro stesso diritto, sarebbero in realtà reati. Giuseppe Nasi, figlio di donna Gracia ma in realtà privo della sua mite e ieratica carica umana, vuole conquistare Cipro, farla “terra promessa” del suo popolo e, segretamente o meno, centro d’irradiamento dei suoi affari. Sa che il Sultanato potrà muoversi solo con una duplice deliberazione: quella religiosa (che sprona i popoli e ci rimanda alla critica del monoteismo) e quella politica (che nasca da una violazione, anche pretestuosa, delle norme, dei trattati). Lala Mustafa, il braccio militare della conquista, non sarà da meno…

“I poveri uccelli stavano per riprendere il viaggio senza riposare, quando videro un grosso tronco galleggiare sull’acqua. Era verde di alghe e muschio, e poiché nessuno lo reclamava, le anatre le elessero a dimora, starnazzando contente, e subito iniziarono a litigare su chi avrebbe occupato le posizioni più comode. Erano talmente impegnate a discutere, che soltanto una di loro vide il tronco spalancare la bocca, ma non riuscì a fuggire. Un attimo dopo raggiungeva le sue simili nella pancia del coccodrillo”. [367]

La sete di potere, o meglio l’organizzazione di un potere per esercitare dominio, distrae congiuranti, congiurati e loro sottoposti. Li mette l’uno contro l’altro o tutti insieme, ciascuno covando la speranza mal riposta di svettare sugli altri. Una seduzione affaristica troppo spiccata per poter lucidamente considerare il rischio hobbesiano di finire nella pancia del Coccodrillo-Leviatano.

“Mokha. Città del caffè, crocevia conteso e condiviso da arabi, turchi, abissini, portoghesi. Mokha, teatro di una ribellione, per mesi occupata dagli insorti. La flotta imperiale ha appena ristabilito l’autorità di Selim II, e i ribelli sono fuggiti sugli altipiani. Non sono guerrieri, ma coltivatori di caffè che hanno impugnato le spade e la fede sciita, stanchi delle ruberie, della corruzione dei funzionari ottomani. Di nuovo una rivolta di contadini. Di nuovo la religione dei pezzenti… e degli affari”. [101]

Che si discorra di Mokha, da cui proviene il vecchio viaggiatore del mondo Ismail, o di Salonicco, dove Emanuele (non Manuel! Che rifiuta la fuga…) è brevemente prigioniero, o delle stesse bettole veneziane, o ancora di quella Ragusa di confine dove Manuel aveva conosciuto il suo primo maestro, i rapporti tra comunità, anche quando ispirati dal conflitto, raggiungono il loro sembiante più quieto, armonioso e pacificato quando nascono da una reciproca accettazione, dalla coesistenza che spicca sulla tolleranza (maggioranza vs. minoranza) e sulla convivenza (subordinati tra loro paraordinati).

“All’interno, una vecchia coperta di broccato scampata alle regalie ricopre alcuni soprammobili, un tappeto arrotolato e un involto. Lo solleva, slaccia il nodo che lo chiude ed estrae due volumi: una Bibbia cristiana scritta in greco e il Corano. Mentre li ripone, la costa di un terzo libro, molto più piccolo, attira la sua attenzione. Trattato utilissimo del Beneficio di Gesù Cristo crocifisso, verso i cristiani”. [107]

Non stupisca allora che Gracia, pur in vita lungamente sedotta dal sogno giudaista e però in punto di morte convinta che Ismail possa fermare le acritiche mire espansionistiche di Yossef, nei pochi suoi mobili che non ha condiviso con altri, custodisca pure tre libri a contenuto religioso, simbolo nel simbolo, se ve ne fosse bisogno, di una conversione che è anche migrazione, cambiamento di vita e deinde spostamento di luoghi.

“Era la prima volta che giacevo con una donna della mia gente. Era la prima volta che non pagavo i favori di una donna. Osservai il pugnale, abbandonato tra le vesti, sul pavimento. –al nostro primo incontro minacciasti di uccidermi se ti avessi toccata. Oggi dovresti togliermi mille vite. Dana sorrise e, senza dire nulla, si scosse, si alzò, raccattò le vesti e si ricompose in fretta. Quando fu sulla porta, prima di chiudersela alle spalle, si girò. –ero mille volte più innocua, per te, con il pugnale in mano”. [168]

Le cinque linee guida individuate (monoteismo, minaccia, menzogna, miseria & movimento) funzionano anche in chiave ricorsiva: se prima era un crescendo, come in ogni romanzo di formazione, come in ogni guerra che si apparecchi all’evidenza di chi la affronterà, adesso, nella possibilità che Cipro sia la nuova Malta, tanto del sogno giudaista quanto dell’avanzata ottomana, la qualità delle relazioni umane acquista nuova (e ignorata) centralità. Di questo meccanismo sublime, donne, umiliate e offese perché represse, “confinate” nel retrobottega della Storia, si riappropriano per fare storia, essere la storia che Altai racconta: la cortigiana Arianna che vende Emanuele agli scherani di un tempo, la senyora Gracia che da scomparsa diviene fantasma ancor più aulico e indecifrabile, la consorte del “prendinculo del Sultano”, Reyna, che regala al mondo dei nemici le prove del doppiogiochismo politico del mercante (imprenditore?) che sognò di essere Messia (o, al più, un “unto del Signore”?). E, perché no? La splendida Dana che offre miele e rifugio alle voglie della spia venuta da Venezia.

“Nasi stringeva decine di mani, distribuiva abbracci e carezze, prometteva denaro e giustizia. Era un nuovo Salomone, un nuovo Davide, l’uomo che rimetteva insieme le tribù di Israele, che ricomponeva ciò che era stato diviso e disperso. Qualcuno, di sicuro, pensava che fosse il Messia. Li aveva chiamati a raccolta con messi e regali, fascino e seduzione. Voleva che il popolo eletto pregasse unito, celebrando come un corpo solo le notizie che giungevano da Cipro. L’esercito del Sultano era sbarcato a Limisso e marciava senza indugi verso Nicosia. I generali contavano di portare l’assedio entro la fine di luglio”. [261]

“Nella città bassa si viveva stretti, incombenti l’uno sull’altro. Il mondo maleodorava, tanfo di urina tenuta in tinozze per conciare pelli, tanfo di pelli conciate, tanfo di rifiuti e marciume. Su quel marcio volavano profumi di cucina e di lussuria. Le frasi scambiate da una casa all’altra invadevano la stanza dov’ero trattenuto. Il giudesmo degli ebrei spagnoli, la lingua di mia madre, mi inchiodava al mio passato”. [70/71]

Quello che di questo “Altai” convince forse anche più del precedente “Q” è la descrizione dei paesaggi, degli ambienti, specie quelli “metropolitani”, che pure dovrebbero passare in secondo piano rispetto ai ritratti degli “attori” o alle trame di potere, e invece ne sono filiazione. È la miseria che agita le rivolte, ma anche la miseria che adagia spesso gli uomini nella loro vita quotidiana. Eppure nel putridume dei ghetti, ben più che nelle parate del mercimonio politico, nei sorrisi larghi e ben profumati degli affaristi, c’è l’evidenza del linguaggio, la rottura dello schema funzionalista della produzione, la connessione sentimentale. Echi di parlate da un balcone ci dicono “da dove veniamo? chi siamo? Dove andiamo?”. Il controsenso che mette in moto i tempi.

“Sarà bastante la giustizia di Cristo a farci giusti e figliuoli di grazia senza alcune nostre buone opere, le quali non possono essere buone, se, prima che le facciamo, non siamo noi fatti buoni e giusti per la fede. L’eresia di Calvino, iustificatio sola fide. Parole che giungevano da un mondo ormai remoto”. [193]

Infine, una nota sull’eresia come manifestazione del dissenso o, più esplicitamente, dell’antagonismo. Nella justificatio sola fide calvinista, secondo il Manuel narratore intradiegetico e disilluso della sua seconda vita al servizio di Venezia, testimonianza di un mondo dopo pochi decenni già lontano, non ci sono effettivamente le scorie di un dibattito di natura teologica, ma gli echi assai più minacciosi di un tirannico e proteico Ordine Costituito che esige non “cittadini”, ma “adepti”: che le loro azioni siano valutate buone se assecondano la fede di chi impone i codici, ché solo questo fa in fondo buoni gli schiavi, i cittadini ed i fideles. Ma l’eresia, anche e specie quella silente, non dichiarata, fatta di prassi e non di affissioni, può mandare in cortocircuito la scatola nera dello sfruttamento: ciò che nasce in coscienza, dalla parte degli umiliati e degli offesi.
Domenico Bilotti

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