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Appunti

il "modello Calabria" trapiantato in Val Susa


Narrano i geologi che in un tempo remoto la Calabria era attaccata alle Alpi liguri e piemontesi. Al di là dell’odierna distanza geografica, qualcosa di tangibile unisce di nuovo terre così lontane. Hanno la sensazione di non essersi mai mossi da casa, gli scrittori meridionali accorsi in Val Susa, nel primo tiepido week end di giugno, per scaricare “Una montagna di libri contro il TAV”, nelle tre giornate di ritrovo dell’editoria indipendente, contraria al progetto dell’alta velocità. Sarà forse l’ospitalità calorosa dei promotori del meeting. Di certo, il paragone con l’estremo sud affiora spontaneo, pur nella consapevolezza che, a differenza del mezzogiorno italico, dove a lottare in difesa dell’ambiente sono minoranze spesso poco consistenti, quassù la difesa dei beni comuni è questione condivisa da intere comunità.
Il sentiero che conduce al mostro, è lastricato di vivaci colori. La Val Susa e le Alpi a fare da cornice, il fiume Dora che rosicchia ai fianchi le montagne, margherite grandi come rose, profumati cespuglietti d’assenzio, scalinate di pietra liscia rasentano vigneti a strapiombo, accompagnando il viandante nel viaggio dantesco verso il tunnel esplorativo del cantiere per il treno ad alta velocità. In nome della ragion di Stato, qui le forze della “legalità” e del “progresso” non hanno avuto pietà verso niente e nessuno. Sradicate a picconate le nicchie votive dedicate a Padre Pio, divelte le barriere della vicina autostrada pur di aprirsi un varco da cui vomitare quintali di lacrimogeni contro castagni e persone, ricoperta d’asfalto una necropoli del neolitico.
Possibile che neppure quassù, nel granitico cuore sabaudo d’Italia, ci sia un TAR, una soprintendenza, un superpoliziotto incorruttibile “alla Caselli”, insomma qualcuno disposto a fermare le ruspe?
Niente di tutto ciò. A quanto pare, la linea delle procure è una sola: mazzate e manette su chi manifesta, protezione e impunità per chi devasta l’ambiente. Allora quasi quasi, passeggiando sul sentiero che conduce al cantiere dell’alta velocità, senti la mancanza dei mostri di casa nostra. Visti da qui, dal Piemonte che diventa Francia, sembrano meno terrificanti le inquinanti centrali elettriche calabre e gli scheletri d’acciaio arrugginito dei siti industriali abortiti. Il cantiere della Maddalena è addirittura più minaccioso degli elettrodotti e delle scuole costruite con le scorie tossiche. Persino il monumento all’edilizia permanente incompiuta, la mitica Salerno-Reggio Calabria, perde il suo primato, non è più un’antonomasia, se paragonato al tratto autostradale sovrastante il cantiere TAV, ridotto a una sola carreggiata per consentire l’invasione di gru, camionette e mezzi militari. Non c’è principio di sicurezza che tenga: i veicoli provenienti dalla Francia, in curva, in galleria, devono dribblare le barriere erette per dare la precedenza ai mezzi meccanici e bellici che presidiano il “buco”.
Sì, sembra d’essere in Calabria. E non soltanto perché questi monti son fatti della stessa pietra staccatasi venti milioni d’anni fa per attraversare il Mediterraneo e andare ad arenarsi a sud. No, il legame con la Calabria non è più quello che si perde nella notte dei tempi. Non è una questione di geologia.
È il “modello Calabria” che qui si sta imponendo, sia sul piano morale sia nella sostanza dei fatti. Perché è evidente che il tunnel del TAV non lo costruiranno mai. Sarebbero necessari tempi e mezzi di cui la specie umana al momento non dispone. Allora è chiaro che serve solo a succhiare denaro, giustificare l’apparato poliziesco, macinare beni comuni per quotarli in Borsa. Il fine si sovrappone ai mezzi. L’obiettivo è mantenere in agonia la montagna, magari per interi decenni, fino a chissà quando, succhiandole il midollo senza però lasciarla morire, come le larve di “Alien”. Identico è stato il copione della maxi tragicommedia messa in scena in Calabria negli ultimi decenni: le infrastrutture sono state progettate per alimentare i profitti delle multinazionali e della locale classe politica. Non c’era e non c’è alcuna reale volontà di costruirle davvero. Ricordate il ponte sullo stretto di Messina?
Eh già, perché aguzzando la vista oltre la recinzione, non è che sinora gli operai addetti al “buco” siano riusciti a scavare molto. Soltanto qualche decina di metri! Dentro il recinto del cantiere, asserragliati, isolati dal resto del pianeta, quattro manovali, dieci poliziotti, altrettanti militari importati dall’Afghanistan stazionano coperti dalle maglie di un filo spinato seghettato, degno di Aushwitz. Per andare più in profondità, si aspetta l’arrivo della “talpa”, il gigantesco trivellatore incaricato di fare sul serio. Non sono soltanto gli addetti ai lavori ad attendere il gigantesco verme di Linchyana memoria. Decine di migliaia di uomini e donne, abitanti nei diversi Comuni della valle, insieme a una quantità indefinita di persone che odiano il neoliberismo, si preparano a una calorosa “accoglienza”. Da una parte e dall’altra delle barricate, un’unica consapevolezza anima i due fronti. Al di là delle recinzioni lo sanno bene, ma tacciono. Al di qua, invece, preferiscono urlarlo: “il TAV da qui non passerà mai”!
Claudio Dionesalvi

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