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Tutte le storie portano a Cosenza Vecchia

Appunti

Tutte le storie portano a Cosenza Vecchia


sabato 3 maggio - A notte fonda, nella Villa Vecchia c’è un umido intensissimo, che accarezza le tempie a colpi di coltellate. Il giardino del centro storico riesce a splendere, nonostante ci si fermi sin troppo stesso ad additarlo a ricettacolo di ogni depravazione. Non è un’accademia di belle arti, ma tra le edere bagnate, le folate di vento, il piccolo anfiteatro spaccato nel mezzo e la veduta dello Spirito Santo, poco a lato, si ha l’impressione che il tempo si fermi e le notti producano ancora magie.
All’alba bisogna correre a Piazza dei Valdesi, al centro di un perimetro urbano dove politica e governo, nella storia, hanno scelto la latitanza e la superficialità. E anche qui la sorpresa è la bellezza dei luoghi, che sorge di primo mattino in tutta la sua impertinenza: colora un po’ San Domenico, la cui cupola ahinoi vira al grigio, e si scioglie sul parapetto del lungofiume, come una nave immaginaria che salpa di nuovo a ritroso verso Corso Telesio. Le palme infreddolite catturano scampoli di luce, che riflettono fino ai sampietrini. I lampioni spegnendosi danno la buonanotte alle ultime anime in giro e il buongiorno alle prime della nuova mattina. Il braccio delle confluenze è più largo di quanto vorrebbe la vulgata comune e lo sguardo, spingendosi sino a San Nicola, scopre nuda, spoglia e cristallina, una piazza che conosce, anche lei, i rigori di quando il vento si incrocia e rafforza come una valanga, nutrendosi a ogni angolo di nuovi spifferi.
Impossibile non sentire, percorrendo schiacciati da un lato o dall’altro Corso Telesio, l’odore della caffeina, che illumina con un po’ di anticipo sull’orario solare e che passa attraverso il rame, le transenne, le persiane, le feritoie dei vicoli, dove gli effluvi si toccano nella grotta degli archi o dei muri sbrecciati.
La Giostra mette serenità infinita: sembra un catino rovesciato, poggiato a bella posta sul lato seminascosto del centro del mondo. Apparentemente, il dedalo di viuzze che, in base alla perpendicolare con cui si decide di tagliare la retta, reimmette sul Corso, parrebbe come i capillari sfasciati di un vecchio; al contrario, la logica interna dell’amore di Cosenza Vecchia, l’intima adesione dell’anima a ogni passo battuto, svela che quei vichi sono, piuttosto, le tante piccole mani del delta di un fiume onirico, fraterno e nebbioso.
E, a proposito di fumi, capita inspiegabilmente che l’aria se ne faccia pregna, ma non pare al viandante necessariamente un odore sgradevole.
Scavalcato a sinistra il vecchio bivio di via Bendicenti, la stessa strada che sul versante opposto portava al CSA GRAMNA, superando caserme, accolite e copertoni, casette l’una sull’altra fanno una specie di reticolo di lenzuoli stesi, amalgama più forte di tutti gli intonaci.
Comincia a sentirsi il vociare dei commenti, degli scherzi e dei buongiorno a ogni pianterreno, nel raggio di almeno un chilometro e mezzo.
E, girando da altri crocevia tortuosi per il forestiero e ospitali sempre e comunque per pellegrini e non, il passo recupera lesto la nuova salita, quella poggiata sopra il Teatro Rendano e la statua di Bernardino Telesio. Negli anni buoni, il filosofo porta addosso la sciarpa del Cosenza Calcio.
Si impattano da subito i famigerati tredici canali e una breve scansione di palazzi che danno o su cortili interni o su tutta la bellezza circostante. La caffeina sale di tono, sembra che oltre al profumo adesso inizi ad assumere una voce, una cadenza, una parlata.
Da qui si scendeva, quando finivano le lezioni al liceo e quando finalmente si scioglieva quella congrega di buoni propositi, presunte cattive compagnie o innocui piagnistei e troppo bon ton travestito da chissà che (o viceversa): da lì in poi, a metà strada, c’era un belvedere, costantemente preda di splendidi, per quanto magrissimi, gatti albini.
La libertà era ed è massiccia come le mura del bordo stradale e come loro, purtroppo, anche storta e pericolante: una stazza di gioia che si mette a fare l’equilibrista sul filo.
Splendida Cosenza vecchia, quando il viaggio riparte e risale dai canali e ci si avvia verso “Portapiana”, imbattendosi nelle tante strettoie e negli ancor più numerosi squarci della città, dei fiumi e delle spianate, visti dall’alto.
Una salita si fa ripida ancora, come se si svegliasse di nuovo ogni giorno, anche lei appesantita e offuscata, e porta di slancio, tra un ciottolo e l’altro, a quella meravigliosa creatura vilipesa chiamata Castello Svevo.
Lì un tempo si scavalcava, e si vedeva tutto ancora più bello, quando le mattine di primavera si mettevano una bandiera addosso, occupavano una scuola e facevano emergere l’euforia di questa caffeina amata e profonda che ravviva e bacia ogni singolo lembo di Cosenza. La sua pelle da ragazza, sempre freschissima come se il Crati e il Busento potessero farle una frenetica doccia veloce, prima di regalarsi alle carezze di chi la ama ed ammira.

Domenico Bilotti

*questo strano racconto (o questa stranissima riflessione) nasce da una breve e affettuosa discussione amicale con Gaetano Azzinaro, quando ci attardammo a descriverci a vicenda l’odore del caffè e le sensazioni che ci suggerisce la mattina presto. Perciò, senza Gaetano, non avrei saputo mettere ordine ai tanti pensieri, chiamandoli finalmente per nome ad uno ad uno: e a lui sono dedicati ora, che stanno in forma scritta.

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