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Conzativicci, magia sociale della serata nel

Appunti

Conzativicci, magia sociale della serata nel "San Vito"


16 giugno - All’ingresso non c’erano gli odiati tornelli. Parmigiane di melanzane, broccoli e salsiccia, damigiane di buon rosso. Un fluido flusso di spettatori sorridenti varcava le barriere dell’antistadio con gli zaini pieni d’ogni ben di Dio. Superati i cancelli, i volontari della Terra di Piero vendevano magliette, libri e gadget. Sulle gradinate, capannelli e comitive facevano festa. Migliaia di spettatori sugli spalti. E in campo non c’era né la nazionale cantanti né uno dei costosissimi maxi-eventi che da anni ci propinano le amministrazioni locali a spese nostre. In campo, incredibile ma vero, protagoniste erano semplici persone! Donne, uomini e bambini comuni accomunati dal desiderio di comunanza.
Bisogna aver vissuto il vuoto per amare la pienezza. Quante volte ci siamo sentiti smarriti sui gradoni della curva deserta? Quante volte abbiamo rimpianto il tempo in cui era invasa da migliaia di cosentini e cosentine festanti?
Ecco perché vedere la curva “Bergamini” gremita da migliaia di persone, nella serata CONZATIVICCI allo stadio San Vito, ha riscaldato il cuore di quanti sono ancora capaci di amare la vita sociale. Lo spettacolo teatrale può piacere o no. Dipende dai gusti. Ma com’è possibile restare indifferenti di fronte alla partecipazione popolare? E come non guardare con orgoglio al risultato finale e ai mezzi escogitati per raggiungerlo? Un parco per donare temporaneamente gambe e organi di senso a chi dalla natura o dall’avversa sorte ne è stato privato! Il Parco Piero Romeo è uno dei rari casi in cui per perseguire un fine, più importante è la qualità dei mezzi umani impiegati.
Sì, certo, poi c’è il problema di trovare tempo e spazio per la critica dell’evento spettacolare e del prodotto artistico. Qualcuno forse preferirebbe che CONZATIVICCI parlasse con i linguaggi di Marcel Duchamp, Antonin Artaud, Roland Barthes ed Erasmo da Rotterdam. Magari non si vedono a occhio nudo, ma ci sono tutti e quattro, e molto altro, all’interno di questa commedia. Qualcuno avrebbe preferito una citazione qua, un dotto riferimento là, una rivisitazione intellettuale sullo sfondo, e allora sì che il mondo dell’accademia avrebbe accolto la commedia di Sergio con meno freddezza. A vedere lo spettacolo forse sarebbero andati in dieci o dodici, ma di quelli preparati, che ti scrivono una bella recensione che si capisce da sola. Invece, Canaletta & compagnia hanno restituito attualità e linfa vitale a ben altri pensatori: Gioacchino da Fiore, Bernardino Telesio, Pasquale Rossi, presi per mano da Totonno u Squalu.
Logico aspettarsi che restassero turbate le menti dei nichilisti e degli invidiosi di sempre. C’è chi lo scorso 6 giugno ha sorriso e riso, e magari si è commosso dalla gioia o si è “ricreato” specchiandosi nella rappresentazione di una città che ancora crea, costruisce e pensa. Però c’è pure chi è andato in crisi. “Ma come? Allora non è vero che Cosenza oggi non è in grado di produrre una cultura propria?”, avranno pensato quelli che non riescono a trovare l’equilibrio e che da sempre rimpiangono il mito dell’Atene della Calabria, descrivendo la nostra città come una misera realtà di provincia abitata da individui rassegnati e depressi, subordinata ai flussi culturali esterofili.
Perché CONZATIVICCI forse sarà solo una commedia. Ma l’umanità che la mette in scena è qualcosa di corporeo, concreto, sentimentale. E conferma che è possibile cambiare il mondo mettendo in pratica, minuto dopo minuto, relazioni umane basate su rispetto reciproco, condivisione e cooperazione.
Se è vero che nel tempo in cui viviamo, oggi, sul pianeta Terra, miliardi di corpi sono privati della dignità e i loro sentimenti messi a profitto dal capitalismo trionfante, allora questa piccola storia di uomini e donne uniti nel nome della solidarietà, è una storia sovversiva. Chi non riesce a coglierne il valore politico e sociale, si è lasciato invadere dal vuoto. Preferiamo goderci la pienezza di quella curva, in una calda serata di primavera.
Lunga vita alla Terra di Piero!
Claudio Dionesalvi

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