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Tra sconforto e rabbia

Recensioni

Tra sconforto e rabbia


La Provincia di Cosenza, mercoledì 7 gennaio 2015 - cultura&spettacoli - Pierluigi Pedretti - L'amaro libro-sfogo di Francesco Cirillo parte da 50 storie per raccontare quello che siamo oggi.



Calabria ti amo
Tra sconforto e rabbia
Domande a cui rispondere con una frase di Eliot
«Non fummo sconfitti, continuammo a tentare>>
Tutto è tremendo ma, non ancora irrimediabile

(F Fortini, L'ospite ingrato)

“Calabria ti odio" di Francesco Cirillo -edito da Coessenza -è un libro di denuncia sulle condizioni della nostra regione. Un altro? pense­rete. Sì, è vero, è l'ennesimo testo che racconta la nostra dolorosa terra, tuttaavia ha qualcosa che lo rende particolare. L'autore è te­stimone diretto e, spesso, anche protagonista dei fatti descritti. C'è poi un altro aspetto peculiare del libro, ed è quello dell'uso di un re­gistro linguistico letterario più che informativo, che ne rende la lettura emotiva, più vicina empaticamente alle sofferenze degli uomini e don­ne che hanno subito le ingiurie del Potere.

Partiamo da un simbolo. Conosce­te la statua della Persefone di Locri? Non l'avete mai veduta? Non c'è da meravigliarsi. In effetti, pochi calabresi lo hanno potuto fare, a meno che non abbiano compiuto un viaggio a Berlino, e fatto visita al museo Altes. Lì si trova da un se­colo esatto. Lontana dalla propria terra, come tanti (bravi) calabresi hanno dovuto fare. Quella della sparizione della Persefone è come scritto dall'autore - una delle «50 storie per raccontare la Cala­bria. 50 piccole e grandi storie per capire la nostra terra una volta per tutte e rompere i luoghi comuni». E uno dei luoghi comuni che va sfatato, ad esempio, è quello che i calabresi siano dei perseguitati dalla storia o dal destino. Siamo noi a costruircelo, il destino. Fi­nalmente abbiamo uno che scrive chiaramente quello che non solo i "nordici" pensano. E può permet­terselo Cirillo, data la sua storia di antagonista, perseguitato politico e di militante in prima linea contro le malefatte del potere da qualunque parte esse arrivino, istituzioni, po­litici, industriali e criminalità orga­nizzata.

E che scrive l'autore nella auto-prefazione? Questo: «Non me ne vogliano i compagni e le perso­ne che ogni giorno lottano per di­fendere i propri territori. Di lotte ce ne sono eccome e vi ho partecipato anch'io più volte, pagando di per­sona, in minacce, querele, denun­ce. Ma diciamocelo francamente, spesso le nostre battaglie sono autoreferenziali, con poca parteci­pazione e nessuna determinazione. Alla fine, la gente, il popolo si affi­da sempre al potere per risolvere i problemi».

Francesco Cirillo è anche artista, oltre che giornalista e scrittore, è l'esempio vivente della persona colta che non si ferma alle parole, che ha impegnato la sua esistenza innanzitutto nell'azione politica.

Teoria e prassi. Nei "Quaderni del carcere" Antonio Gramsci scriveva che la "soggettività storica'' di una classe cosciente della propria identità e del proprio ruolo può modi­ficare, mediante la prassi .(l'azione politica), la realtà sociale. Appun­to, cosciente di sé e del proprio compito! La «quistione è sempre la stessa; cos'è l'uomo?». Così rispon­deva Gramsci: «L'uomo è da con­cepire come un blocco storico di elementi puramente individuali e soggettivi e di elementi di massa e oggettivi o materiali coi quali l'indi­viduo è in rapporto attivo. Trasfor­mare il mondo esterno, i rapporti generali, significa potenziare se stesso, sviluppare se stesso», Cirillo dopo decenni di battaglie sociali ci squaderna così davanti un problema fondamentale: come allargare il consenso intorno alle lotte sul territorio se a man­care è la volontà da parte dei suoi abitanti di cambiare innanzitutto se stessi? c’è il rischio dello sco­ramento. Leggendo il libro si capi­sce che lo scrittore non è disposto però ad arretrare, non è uomo da mezze misure. Lo dimostrano i te­sti raccolti. Non c'è solo la storia di uomini e donne che si sono battuti contro burocrazia, disgrazie, turpi­tudini governative e giudiziarie. C'è la sua storia. Che sì interseca so­prattutto con due questioni centra­li: la Marlane e la Nave dei veleni Risolte dalla giustizia italiana con vergognose sentenze. Attorno ad esse ruotano le "vite esemplari” di quei calabresi che ne hanno subito le conseguenze. Ecco ripercorse allora in "Calabria ti odio" i dram­mi di Angelo Ponzi, di Francesco De Palma, di Natale De Grazia ma anche le altre nostre innumerevoli storie di complicate e immorali vi­cende quotidiane che si trascinano per anni. Ponte sullo Stretto, porti inutili (Diamante), allagamenti (Sibari), ecomostri (Praia), inceneri­tori (tutta la provincia), elettrodot­ti (Montalto e Rossano) o centrali telefoniche altamente inquinanti. Come dimenticare, a tal proposito, la sconvolgente storia della fami­glia di Antonella Politano, che si vede morire in pochi anni per tu­more la madre Natalina, le sorelle Gabriella, Annamaria e Patrizia, poi il padre Vincenzo e la zia Bernardina? Non mancano, tuttavia, le storie "edificanti”da prendere ad esempio per tempi grami come i nostri, come quella del contadino Rosario Migale, che si emancipò dalla miseria studiando e guidando le lotte nei '50 per l'occupazione delle terre del crotonese. Pasolini lo volle nel suo film "Il vangelo se­condo Matteo". In generale, confessiamo, però, che a leggere il libro di Cirillo il rischio dello sconforto ci assale, confermato in chiusura di libro dal­le sue stesse parole: «"Ma ne-vale ancora la pena scrivere in Cala­bria?". Qualche decennio fa, preso dai fervori e dagli ormoni giovanili, pensavo che scrivendo qualcuno leggesse. Pensavo ingenuamente che un magistrato seduto sulla sua scrivania a sorseggiare il suo bel caffè, annoiato dai soliti arresti di gente comune, zingari, rumeni, qualche bandito, condomini, auto­mobilisti incazzosi o tossicodipen­denti, leggendo di queste cose si infervorasse e chiedesse maggiori lumi ai carabinieri, agli investigato­ri, facendo una semplice domanda; "Ma è possibile quello che scrive questo qui? Potete verificare?". (...) In dieci anni di scrittura non ho avuto nessuna di queste soddisfazioni. Scrivo le cose, le rileggo, le pubblico sul mio blog e sui libri della Coessenza, e poi mi chiedo; "Serve tutto questo? E a cosa? A chi?"».

Alle sue amare domande si potreb­be innanzitutto rispondere con le parole di T.S.Eliot:

«Noi che non fummo sconfitti solo perché con­tinuammo a tentare». ("I quattro quartetti"). Ma non basta, ovvia­mente. Bisognerebbe avviare, in realtà, una profonda e forte auto­critica, riflettendo (e non certo dal lato Renzi) su categorie politiche novecentesche ormai alle corde, in modo da decolonizzare la mente da strutture interpretative oggi in­servibili.

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