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Maresia o di una storia fra due Sud

Recensioni

Maresia o di una storia fra due Sud


11 luglio - Nei ringraziamenti in fondo al testo Elisa Stefania Tropea scrive che per tutta la gestazione lei stessa ha parlato del romanzo come di Ramón
Poi questo testo è divenuto Maresia.
In qualche modo questo battesimo ha a che fare con diversi temi presenti nel testo e soprattutto ha a che fare con il gesto creativo.
Gestazione e nascita.
Ramón e Maresia.
Maresia è il nome (l’apelido) che la protagonista Maria assume nel gruppo di Capoeira di cui fa parte. È stata battezzata così dal mestre di Capoeria .
E il battesimo è uno dei riti fondamentali della nuova comunità di cui fa parte la protagonista e che diviene non solo uno dei contesti in cui Maria si trova a vivere e muovere, ma diviene parte stessa della storia. Un protagonista e un filo rosso che la lega alla propria storia familiare.
Un viatico per comprendere quella che le è stato oscuro per diverso tempo: il passato biografico della propria bisnonna, Vovó Quinota.
Un modo cioè per risvegliarsi e guardare diversamente alla propria storia, alla propria biografia.

Diversi sono i riti presenti nel testo. E sono riti che legano i diversi contesti culturali. La particolarità sta nel fatto che tali riti vengono vissuti dalla protagonista senza ansia. E per ansia intendo la necessità di riconoscere, di agganciare la propria identità a un rito specifico. Non c’è voglia cioè di declinare la propria appartenenza ad un gruppo dotato di confini netti.
Qui i confini saltano e sono ibridati.
Maria/Maresia è prima osservatrice passiva e poi agente del rito di Vovó Quinota di devozione a Iemanjá, partecipa al rito religioso della processione nelle acque del tirreno di san Francesco di Paola, e nello stesso tempo è agente in riti come quello della roda o del rito laico dell’ascolto del laboratorio Coessenza.
Riti collettivi che le permettono non solo l’evoluzione individuale (che è poi la declinazione del viaggio dell’eroe presente e necessaria nella stesura di un’opera narrativa) ma è in qualche modo la declinazione e la rappresentazione di un ritorno a quelli che sono due ambiti fondamentali in narrativa e nella vita di ognuno: le radici e il rapporto con la famiglia
Il tono scelto da Elisa Stefania Tropea nella scelta degli ambienti (Lanzarote, il Brasile , il Tirreno e Cosenza) è realista e nello stesso tempo magico.
E questa cosa ha a che fare con la scelta ponderata di agganciare lo svolgimento della trama e dei conflitti agli aspetti rituali della collettività che ha il suo apice nella realizzazione e nella descrizione del Quilombo .
Che per definizione è

“una comunità formata da schiavi africani fuggiti dalle piantagioni in cui erano prigionieri nel Brasile all'epoca della schiavitù. I Quilombo costituirono un'importante forma di resistenza alla schiavitù”

Di che tipo di schiavitù parla Maresia?
La schiavitù del lavoro precario.
La schiavitù del mondo liberista che ha agito soprattutto sul nostro tempo. Velocizzandolo e ancorandolo alla dimensione del presente.
Il tempo del romanzo è scandito dal ritmo delle stagioni e dai cicli della luna, dai rituali cattolici (Pasqua e Natale) , dalla raccolta dell’iperico nel giorno di san Giovanni (la raccolta avviene fra mezzanotte fra il 23 e il 24 e va fatto macerare alla luna) e lo sguardo è rivolto al proprio passato che è sì famigliare ma non solo e al futuro, dove per futuro si intenda l’idea della progettualità.
È il tempo. È lo spazio.
È il rito. È la collettività.
È una chiamata all’azione che possa sottrarci alla stasi, il nucleo di Maresia. È tale chiamata all’azione è forse l’augurio migliore che si possa fare:

“ Solo dare forma a ciò che hai nella mente, a ciò da cui ti senti ispirata, senza agire per scopi personali”.

Elena Giorgiana Mirabelli